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Visitare il Sulcis-Iglesiente in Sardegna due giorni: cosa vedere

Dal punto di vista strettamente geofisico sarebbe consigliabile una suddivisione del Sulcis-Iglesiente in tre zone: a nord l’Iglesiente, a sud il Sulcis, ad est il litorale occidentale del Golfo degli Angeli.
Ma tradizioni, usi, costumi, storia ed economia del litorale hanno sempre subito in larghissima misura l’influenza di Cagliari e per questa ragione è parso più opportuno trattare di esso come se fosse un’appendice meridionale del campidano.

Il Sulcis-Iglesiente è una terra antichissima, dominata da due solitarie montagne cambriche colme di tesori nelle loro viscere, che hanno richiamato Fenici, Punici, Romani, Pisani, avidi tutti di estrarre l’argento e il piombo che li rendeva dominatori dei paesi mediterranei. Territorio di massicci montuosi paleolitici, dunque, che originarono gli affloramenti delle masse granitiche, elevati fino alle vette del Linas nell’Iglesiente e del Caravius nel Sulcis, lasciando fra l’una e l’altra zona la ragguardevole piana del Cixerri.

La civiltà nuragica vi ebbe probabilmente le sue prime manifestazioni, poiché molti e sparsi un po’ dovunque sono i nuraghi, distrutti o quasi dal tempo. Quando tra il XII e l’XI secolo a.C. i Fenici sbarcarono nel Sulcis ed esplorarono l’Iglesiente, stabilirono rapporti pacifici con le popolazioni nuragiche e fondarono alcuni Horidi centri commerciali, le cui attività convergevano tutte o quasi sulla città più grande e più sicura: Sulci. I Cartaginesi, che successero nella dominazione ai Fenici, fecero della città una base navale munitissima, oltre che centro di raccolta e di esportazione dei minerali estratti dall’Iglcsiente. I Romani, a loro volta, resisi conto dell’importanza dei tanti giacimenti minerari, valorizzarono la zona, fondando la città di Metalla e costruendo tre importanti vie di comunicazione: la Cagliari-NoraSulci, la Cagliari-Neapolis e la strada di penetrazione nella piana del Cixerri, che, passando per le strette di Gonnesa, doveva raggiungere anch’essa la città di Sulci, creando così una strada di circonvallazione sulcitana.

La regione, che sotto Cartagine aveva conoscruto un periodo di intensa trasformazmne socrale, soffri però molto sotto le altre dominazioni, prima fra tutte quella romana, poiché era stata destinata a luogo

di esilio, di pene, di segregazione per i condannati e Roma aveva avocato a sé ogni diritto sui prodotti ”del sottosuolo, cosi che i suoi magistrati traevano grandi profitti a danno della popolazione locale.

La porta meridionale del Sulcis è teulada, un paese di quasi 6.000 abitanti posto in una conca verdeggiante di frutteti e di agrumeti, che ha, a qualche chilometro, un piccolo porto per i suoi pescatori e una buona spiaggia. Giba, Santadi, Narcao sono i maggiori paesi nel cuore del Sulcis, mentre San Giovanni Suergiu, nodo stradale e ferroviario
Da qui si diramano le vie di comunicazione per tutto l’entroterra e verso l’isola di Sant’Antioco, posto nella piana tra i monti e il mare, con i suoi 6.000 abitanti circa è il più importante centro agricolo della zona, oggi irrigata dalle acque della diga di Monte Pranu, in territorio di Tratalias, piccolo paese agricolo di poco più di mille abitanti, economicamente assai dee presso, ma che un tempo era importantissimo come sede vescovile. Conserva infatti ancora intatta la chiesa di S. Maria, la ex cattedrale del Sulcis, di stile romanico-gotico, eretta nell’anno 1213.

Ad ovest di San Giovanni Suergiu sor-gono dal mare le isole di Sant’Antioco e di San Pietro, delle quali già si è detto. Sant’Antioco, nell’isola omonima, è senza altro il centro più vitale del Sulcis per il suo porto, per le iniziative industriali, per la intensa attività peschereccia, per la produzione vinicola e innne per il turismo. L’isola è una zona archeologica di primo ordine e di vastissimo interesse. Conserva imponenti vestigia dell’età punica e tra esse, oltre la necropoli, il santuario sepol-r creto o tap/Jet, nel quale venivano immolati alla dea Tanit i fanciulli, i cui corpi venivano poi conservati in grandi vasi diterracotta posti sopra le are.

Carloforte, nell’isola di San Pietro, è tutta una intensa attività turistica tesa a valorizzare le sue meravigliose coste e le sue numerose ed accoglienti calette.

Seguendo verso nord la Statale 126, ad appena un chilometro da essa, si estende la città di Carbonia, sorta nel 1938 per volontà del fascismo a sostegno della sua politica autarchica. La città, che nel pe‘ riodo di massima prosperità toccò i 50.000 abitanti, venendo subito dopo Cagliari e Sassari, si vede oggi ridotta a una popolazione che non raggiunge i 30.000 abitanti. La sua prosperità si manifestò subito effimera, non appena ebbe termine il conflitto mondiale. Si può dire di essa che è una città non ultimata e che non diverrà mai ciò che si sperava diventasse: la città sarda prediletta dal governo centrale.

Più a nord si trova Gonnesa, paese di circa 5.500 abitanti, la cui attività economica gravita in massima parte sulle miniere dell’Iglesiente. A circa cinque chilometri si distende la lunga spiaggia di Funtanamare, mentre a sud-est sulla costa sorge Portoscuso, paese di circa 3.500 abi-tanti, che s’avvia a diventare un importante centro turistico e industriale, favorito dalla vicinanza di Portovesme, dove è in attività una ‘supercentrale termoelettrica e dove il porto, che collega il litorale sardo a Carloforte, vede accrescere sempre piti il suo movimento di navi e di merci.

Ed ecco infine Iglesias, capoluogo dell’Iglesiente, la città mineraria e dunque operaia, che, con i suoi 30.000 abitanti circa e l’attività produttiva delle sue miniere di zinco e piombo per lo più argentiiero, determina lo sviluppo economico dell’intera zona.