Categorie
Sardegna Viaggi avventurosi Viaggiare Viaggiare in Italia

Tour in barca a Cagliari: informazioni e consigli utili

Hai mai pensato potesse esistere un posto persino nella città di Cagliari ancora incontaminato e frequentato da turisti di tutte le nazionalità? La Sella del Diavolo a Cagliari è un luogo amato sia dagli abitanti della città che dai turisti a causa della sua incredibile potenzialità turistica: si tratta di un bellissimo monticello che si affaccia sul mare e su cui vengono fatte durante la bella stagione tantissime attività sportive come noleggio sup oppure tour in barca.

Fare un tour in barca a Cagliari è una bellissima esperienza. Esistono diversi tipi di gite che è possibile fare con successo, come ad esempio la gita in barca con apertivo, tour in barca sportivi con ad esempio la possibilità di fare wakeboarding con delle aziende specializzate, tour in barca con snorkeling, per vedere i bellissimi fondali della zona di Cagliari. Tutte tipologie divertenti di escursioni che vi faranno passare dei momenti bellissimi all’aria aperta, provando delle emozioni differenti da una normale escursione.

Altri tipi di servizi che si possono fare alla Sella del Diavolo per turisti o anche solo per cagliaritani alla ricerca di un pomeriggio diverso dal solito sono il noleggio di sup (si fanno dei giri fantastici) oppure le escursioni a piedi alla sella del diavolo dove tra le altre cose è presente anche un insieme di rovine fenice facenti parte di un antico tempio.

Cagliari nella sella del diavolo insomma si riscopre e trova uno spazio dove accogliere turisti e cittadini all’aria aperta all’insegna del mare e della natura. Ps: i tour in barca partono di solito o dal molo di marina piccola o dalla marina di su siccu, vicino alla chiesa di Bonaria.

Un operatore interessante, che offeo servizi attinenti al mare, come il kitesurf, il winsurf è lo snorkeling, è la KiteGeneration, una società che ha sede sia a Cagliari che a Punta Trettu nel sud ovest della Sardegna.

Categorie
Viaggiare in Italia

Il Gerrei e il Sarrabus: viaggiare nella storia e nella natura

Le zone del Gerrei e del Sarrabus occupano tutta la parte orientale della provincia, nella quale va compreso anche il territorio a nord del corso inferiore del Flumendosa, più propriamente facente parte della zona Quirra. Le due zone costituiscono una regione prevalentemente montuosa e accidentata, dal paesaggio assai vario per natura geologica, per altitudine, per morfologia. Tuttavia l’asperità e la ripidità del Gerrei vanno man mano attenuandosi verso il Sartabus, dove la morfologia del terreno, seppur accidentata, rende il paesaggio assai bello e pittoresco, aggraziato per lunghi tratti dalla presenza del mare. Nei tempi antichi le popolazioni di pastori e di agricoltori, padroni assoluti dei loro monti fatti di scisto e di porfido, calavano nelle valli e nelle pianure predando messi e armenti, tenendo lontani gli invasori cartaginesi e sfidando la baldanza dei forti presidi romani.

Quando T. Sempronio Gracco riusci finalmente a occupare la regione spingendosi a nord fin dentro i monti della Barbagia, Iliensi e Balari, sempre uniti nella lotta per la libertà e la sopravvivenza, alimentarono a piccoli gruppi una costante, violenta e micidiale guerriglia, convincendo i Romani che mai, essi, si sarebbero sottomessi.

Facendo un viaggio in queste zone e prenotando in qualche b&b immerso nella realtà naturale sarda si può ancora respirare quella stessa atmosfera e lo stesso profumo mediterraneo che gli antichi, con tutte le loro storie respiravano.

Conclusione: zona vacanza consigliata!

Categorie
Viaggiare in Italia

Visitare il Sulcis-Iglesiente in Sardegna due giorni: cosa vedere

Dal punto di vista strettamente geofisico sarebbe consigliabile una suddivisione del Sulcis-Iglesiente in tre zone: a nord l’Iglesiente, a sud il Sulcis, ad est il litorale occidentale del Golfo degli Angeli.
Ma tradizioni, usi, costumi, storia ed economia del litorale hanno sempre subito in larghissima misura l’influenza di Cagliari e per questa ragione è parso più opportuno trattare di esso come se fosse un’appendice meridionale del campidano.

Il Sulcis-Iglesiente è una terra antichissima, dominata da due solitarie montagne cambriche colme di tesori nelle loro viscere, che hanno richiamato Fenici, Punici, Romani, Pisani, avidi tutti di estrarre l’argento e il piombo che li rendeva dominatori dei paesi mediterranei. Territorio di massicci montuosi paleolitici, dunque, che originarono gli affloramenti delle masse granitiche, elevati fino alle vette del Linas nell’Iglesiente e del Caravius nel Sulcis, lasciando fra l’una e l’altra zona la ragguardevole piana del Cixerri.

La civiltà nuragica vi ebbe probabilmente le sue prime manifestazioni, poiché molti e sparsi un po’ dovunque sono i nuraghi, distrutti o quasi dal tempo. Quando tra il XII e l’XI secolo a.C. i Fenici sbarcarono nel Sulcis ed esplorarono l’Iglesiente, stabilirono rapporti pacifici con le popolazioni nuragiche e fondarono alcuni Horidi centri commerciali, le cui attività convergevano tutte o quasi sulla città più grande e più sicura: Sulci. I Cartaginesi, che successero nella dominazione ai Fenici, fecero della città una base navale munitissima, oltre che centro di raccolta e di esportazione dei minerali estratti dall’Iglcsiente. I Romani, a loro volta, resisi conto dell’importanza dei tanti giacimenti minerari, valorizzarono la zona, fondando la città di Metalla e costruendo tre importanti vie di comunicazione: la Cagliari-NoraSulci, la Cagliari-Neapolis e la strada di penetrazione nella piana del Cixerri, che, passando per le strette di Gonnesa, doveva raggiungere anch’essa la città di Sulci, creando così una strada di circonvallazione sulcitana.

La regione, che sotto Cartagine aveva conoscruto un periodo di intensa trasformazmne socrale, soffri però molto sotto le altre dominazioni, prima fra tutte quella romana, poiché era stata destinata a luogo

di esilio, di pene, di segregazione per i condannati e Roma aveva avocato a sé ogni diritto sui prodotti ”del sottosuolo, cosi che i suoi magistrati traevano grandi profitti a danno della popolazione locale.

La porta meridionale del Sulcis è teulada, un paese di quasi 6.000 abitanti posto in una conca verdeggiante di frutteti e di agrumeti, che ha, a qualche chilometro, un piccolo porto per i suoi pescatori e una buona spiaggia. Giba, Santadi, Narcao sono i maggiori paesi nel cuore del Sulcis, mentre San Giovanni Suergiu, nodo stradale e ferroviario
Da qui si diramano le vie di comunicazione per tutto l’entroterra e verso l’isola di Sant’Antioco, posto nella piana tra i monti e il mare, con i suoi 6.000 abitanti circa è il più importante centro agricolo della zona, oggi irrigata dalle acque della diga di Monte Pranu, in territorio di Tratalias, piccolo paese agricolo di poco più di mille abitanti, economicamente assai dee presso, ma che un tempo era importantissimo come sede vescovile. Conserva infatti ancora intatta la chiesa di S. Maria, la ex cattedrale del Sulcis, di stile romanico-gotico, eretta nell’anno 1213.

Ad ovest di San Giovanni Suergiu sor-gono dal mare le isole di Sant’Antioco e di San Pietro, delle quali già si è detto. Sant’Antioco, nell’isola omonima, è senza altro il centro più vitale del Sulcis per il suo porto, per le iniziative industriali, per la intensa attività peschereccia, per la produzione vinicola e innne per il turismo. L’isola è una zona archeologica di primo ordine e di vastissimo interesse. Conserva imponenti vestigia dell’età punica e tra esse, oltre la necropoli, il santuario sepol-r creto o tap/Jet, nel quale venivano immolati alla dea Tanit i fanciulli, i cui corpi venivano poi conservati in grandi vasi diterracotta posti sopra le are.

Carloforte, nell’isola di San Pietro, è tutta una intensa attività turistica tesa a valorizzare le sue meravigliose coste e le sue numerose ed accoglienti calette.

Seguendo verso nord la Statale 126, ad appena un chilometro da essa, si estende la città di Carbonia, sorta nel 1938 per volontà del fascismo a sostegno della sua politica autarchica. La città, che nel pe‘ riodo di massima prosperità toccò i 50.000 abitanti, venendo subito dopo Cagliari e Sassari, si vede oggi ridotta a una popolazione che non raggiunge i 30.000 abitanti. La sua prosperità si manifestò subito effimera, non appena ebbe termine il conflitto mondiale. Si può dire di essa che è una città non ultimata e che non diverrà mai ciò che si sperava diventasse: la città sarda prediletta dal governo centrale.

Più a nord si trova Gonnesa, paese di circa 5.500 abitanti, la cui attività economica gravita in massima parte sulle miniere dell’Iglesiente. A circa cinque chilometri si distende la lunga spiaggia di Funtanamare, mentre a sud-est sulla costa sorge Portoscuso, paese di circa 3.500 abi-tanti, che s’avvia a diventare un importante centro turistico e industriale, favorito dalla vicinanza di Portovesme, dove è in attività una ‘supercentrale termoelettrica e dove il porto, che collega il litorale sardo a Carloforte, vede accrescere sempre piti il suo movimento di navi e di merci.

Ed ecco infine Iglesias, capoluogo dell’Iglesiente, la città mineraria e dunque operaia, che, con i suoi 30.000 abitanti circa e l’attività produttiva delle sue miniere di zinco e piombo per lo più argentiiero, determina lo sviluppo economico dell’intera zona.

Categorie
Viaggiare in Italia

Mytakeit: la nuova piattaforma per viaggiatori in arrivo da Gennaio

Un saluto a tutti i viaggiatori che frequentano la nostra rubrica di viaggi classici e avventurosi!

Oggi vi parlerò di una nuova piattaforma che sarà online a gennaio e che cambierà radicalmente il modo di prenotare e pensare una vacanza.

My Take It è una piattaforma web di prenotazioni ricettive (alberghi, case vacanze, b&b e affittacamere) che permette l’incontro tra turisti e host. L’ innovazione è rappresentata dalla modalità di prenotazione: a differenza dei competitor, (booking, expedia, airbnb) qui è il viaggiatore a proporre il prezzo per il soggiorno. Il cliente entra nel sito e decide quanto è disposto a spendere, senza sorprese e ulteriori costi di commissione finali (costi di servizi e tasse sono già inclusi), avendo così il pieno controllo del suo budget.

Inoltre “My Take It” tutela il patrimonio artistico e culturale: per ogni prenotazione andata a buon fine dona una parte di guadagno per la valorizzazione del territorio di destinazione del viaggiatore. Nell’ottica di un turismo responsabile, il cliente diventa così componente attiva nella tutela del patrimonio artistico e culturale, una parte della sua prenotazione andrà infatti in un fondo accantonamento che sarà poi utile per il restauro del patrimonio artistico e culturale di quella città

My Take It genera quindi, un turismo green-responsive, oltre a dare pieno potere ai turisti o a chi cerca un alloggio.

Ovviamente tale startup ha pensato anche a molti punti di forza lato hotel che la rendono innovativa e competitiva:

  • Pagamenti delle prenotazioni alle strutture immediati, (senza aspettare in alcuni casi le 24/48 ore)

  • Commissioni basse, (le più attraenti su tutto il settore)

  • L’impossibilità di cancellare una stanza e quindi di perdere una prenotazione poche ore prima dell’arrivo dell’ospite, (almeno che l’ospite in fase di prenotazione non stipuli una piccola assicurazione per l’eventuale cancellazione. Di norma però tale assicurazione non rientra nella prassi di funzionamento di “My Take It”, difatti i viaggiatori della stessa piattaforma sono persone sicure quando prenoteranno il proprio itinerario, al quale si dà allo stesso tempo la grande l’opportunità di fare loro il miglior prezzo ideale a seconda del loro budget).

Grazie alle bassissime commissioni che “My Take It” chiede, le strutture sono totalmente libere di proporre prezzi ancor più aggressivi a discapito dei portali in cui questo non è possibile, (booking, tripadvisor, expedia, amoma, airbnb) causa alte commissioni.

Abbiamo inoltre scoperto che “My Take It” nella prima fase lancio sarà proposta in fase beta sulle città di Roma e Milano, per poi svilupparsi su tutto il territorio Italiano.

Categorie
Viaggiare in Italia

Cosa vedere a Chieti: guida su cosa visitare in viaggio

Vorresti visitare Chieti? Buona idea! Si tratta di una città ricca di storia e di cultura, una delle mete di viaggio migliori e più tipiche italiane, città posta a una distanza strategica dal mare, situata tra un colle e un fiume.

Chieti è l’antica Teate, scelta come capoluogo dai Marrucini in seguito all’apertura della via Valeria e con l’abbandono del primo insediamento, Rapino, ai piedi della Maiella. Rimasta fedele a Roma durante le guerre puniche, Teate si schiera con la lega italica nella guerra sociale. Eretta a Municipio nel I sec. A.C., la città si dota di una struttura urbanistica (moderna), con monumenti di notevole imponenza, come l’anfiteatro, il teatro, le terme, il centro templare del foro, e grandiose cisterne ipogee che la caratterizzano fra tutte le città antiche.
Durante il suo massimo splendore nell’età imperiale, Teate vide fiorire molte famiglie illustri con personaggi di prim’ordine nel campo della politica e delle lettere, in luogo e nella capitale. I più noti sono gli Asinii, con Asinio Herio comandante supremo degli eserciti italici nella guerra sociale; Asinio Pollione, intimo di Augusto, Mecenate e Virgilio; e Asinio Gallo, a cui si deve la costruzione del sistema idrico urbano. Durante i Flavii Teate assunse una fisionomia monumentale, rinnovando e ingrandendo le sue emergenze architettoniche.
Saccheggiata e quasi distrutta dai Barbari, non fu mai del tutto abbandonata, ma fu scelta come centro amministrativo dai Bizantini. Teodorico la ricostruì e, in seguito fu presa dai Longobardi che la inclusero nel Ducato di Benevento, staccandola da quello di Spoleto.
Sotto la dinastia degli Attonidi, conti longobardi ma vicini al disegno politico dei Carolingi, Teate divenne una potente contea i cui confini andavano dal fiume Trigno al Tronto, coincidendo con una vasta diocesi retta da vescovi attivi sul piano religioso e amministrativo.
Passata ai Normanni, la città ne seguì le sorti, fino ad essere particolarmente curata dagli Angioini.
Ininterrottamente città regia, quindi soggetta direttamente alla corte, Teate sopportò con insofferenza i rari periodi di feudalità.
La sua importanza, crebbe comunque con l’elevazione della sua cattedra a sede arcivescovile, divenendo sede metropolitana delle chiese d’Abruzzo.
I numerosi conventi fondativi nel medioevo quale sede di ordini mendicanti divennero nel corso del ‘500 più prosperi centri di arte e spiritualità, mentre vi si insediavano quasi tutti gli ordini monastici sorti nella controriforma: Gesuiti, Cappuccini, Scolopi, gareggiando con il clero secolare retto da potenti arcivescovi.
In quegli anni sulla cattedra teatina sedettero grandi presuli, tra cui Giampietro Carafa, poi papa col nome di Paolo IV, fondatore con San Gaetano Thiene dei padri teatini, così chiamati in onore della città.
Il secolo XVII fu anche per Chieti un’epoca alquanto spenta, risentendo la città del ristagno economico e politico di tutto il vice reame napoletano, anche se non mancò un certo sviluppo edilizio grazie ai numerosi conventi. Si rinnovarono, infatti le antiche testimonianze medievali, e furono costruite ex novo splendide chiese come quelle dei Cappuccini, di San Gaetano e Santa Chiara.
La città rifiorì culturalmente ed economicamente nel secolo successivo, in seguito alla presa del regno da parte della nuova dinastia dei Borbone che diedero un vivo impulso riformatore a tutte le province meridionali. Chieti si arricchì di un congruo numero di dimore gentilizie rese più funzionali e con un’impronta architettonica di un certo interesse, sempre rispettando l’antica topografia medievale.
All’interno delle sue chiese si moltiplicarono pitture e sculture di pregio, mentre la prosperità crescente favoriva una vita più disponibile alle attività intellettuali. Sorsero, o si rivitalizzarono, le accademie, tra cui emergeva la Tegea, fondata nel 1720 sulla schema dell’Arcadia dal marchese Federico Valignani, frequentate da un folto ceto borghese teso alla conquista dello status nobiliare.
Aristocratici, ecclesiastici, ricchi mercanti e avvocati si imposero come protagonisti della vita cittadina.
Non mancavano luoghi di spettacolo (il Teatro Vecchio, i teatrini delle scuole religiose),centri di studio come il Collegio dei Gesuiti, la scuola del Seminario Arcivescovile, il Collegio degli Scolopi; molto attive erano anche botteghe di orafi, spezierie, la bottega del pittore Donato Teodoro operoso in tutta la regione; e le cappelle musicali, soprattutto quella della cattedrale diretta per decenni da Saverio Selecchy, autore di cantate, messe oratori sacri.
Tra il ‘700 e l’800 la città si dotò di uno splendido teatro intitolato a San Ferdinando, in onore del sovrano regnante e, dopo l’unità nazionale, chiamato il Marrucino.
Il secolo XIX coinvolse Chieti con i suoi vivaci fermenti e speranze di rinnovamento generati dal Risorgimento. La città si diede una nuova e più elegante veste urbanistica e si aprì alle ragioni di una economia più vivace di prospettive, favorita dalla realizzazione della linea ferroviaria dello Scalo che la collegava ai centri più importanti della nazione; alla elettricità e alla costruzione di un grosso acquedotto utile a placare la secolare sete di una città collinare. Fanno fede di tanta vitalità le numerose imprese industriali sorte in città e nel contado e la fervorosa attività culturale che caratterizzò con pubblicazioni, ricerche di storia patria e uno straordinario numero di opuscoli e giornali l’ultimo scorcio dell’800.
Il resto è cronaca recente: sorgono l’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio”, polo culturale di primaria importanza in tutta la regione e centro sud; il Policlinico e le modernissime attrezzature sportive (lo stadio del nuoto, il palazzetto dello sport, lo stadio sportivo).

Visitare la chiesa di San Giustino a Chieti

Le origini della chiesa cattedrale di San Giustino, dedicata già a San Tommaso Apostolo e alla Vergine Assunta, sono antichissime e oscure per la mancanza di documentazione storica sicura. L’Ughelli, ne L’Italia Sacra, la dice “nobile per vetustà” e posta in luogo centrale.
Fondata probabilmente intorno al secolo VIII, secondo quanto tramanda la tradizione, fu gravemente danneggiata dal sacco che Pipino il Breve fece della città. Quindi ricostruita dal vescovo Teodorico I nell’840 nello stesso luogo occupato dall’antica cattedrale sui resti di costruzioni romane le cui tracce sono state rinvenute nel corso degli ultimi restauri.
Il vescovo Attone I la consacrò nuovamente nel 1069, e proprio a quest’epoca rimonta l’impianto dell’originale cripta, un vasto ambiente strutturato secondo gli schemi delle maestranze di San Liberatore a Majella. Nel corso del secolo XIV ricevette l’aspetto generale che sostanzialmente conserva ancor oggi e che la apparenta alle cattedrali consorelle di Sulmona e di Valva e all’abbazia di San Giovanni in Venere, mentre le si innalzava a fianco per i primi tre piani il poderoso campanile.
Un fortunato succedersi di vescovi munifici favorì per tutto il trecento e il secolo successivo l’abbellimento della chiesa; Bartolomeo de Papazzurris, Marino di Tocco, Giacomo di Baccio, Colantonio Valignani, per esempio, provvidero con molta sollecitudine a sostenere il culto del Santo Patrono realizzando un’elegante arca marmorea per le reliquie di San Giustino, accompagnata da targhe con l’effigie del santo e relativa iscrizione; poi fu portata a compimento la costruzione della torre campanaria, si commissionò a Nicola da Guardiagrele il busto argenteo, recentemente trafugato, e si dotò la cattedrale di una ricca suppellettile liturgica (vasi sacri, paramenti, ecc.).
I vescovi del cinquecento continuarono l’opera dei predecessori apportando innovazioni e restaurando le strutture murarie. Su tutti emerge la figura di Matteo Saminiato, di origine lucchese, che svolse un’intensa opera pastorale e si dedicò a una inesausta attività di rinnovamento spirituale e materiale della sua chiesa, mettendo in pratica gli intendimenti della Riforma Cattolica. A lui dobbiamo il nascere di nuove chiese in città, l’accoglienza di nuovi ordini religiosi, e soprattutto una particolare attenzione per la cattedrale che restaurò integralmente e arricchì di una sala per i canonici e di un prezioso fonte battesimale in porfido di Verona.
Il secolo XVII impose il suo stile sfarzoso spingendo gli arcivescovi del tempo a trasformare il tempio baroccamente, in modo particolare la cripta che fu ricoperta da una rutilante decorazione in stucco dai vari Peruzzi, Rabatta, Ciria, Rodulovich, tutti presuli impegnati sul piano spirituali e temporale, tenendo in sommo grado il titolo di Conte della città spettante ai vescovi teatini dell’undicesimo secolo.
A mons. Nicola Rodulovich dobbiamo il paliotto a tarsie di marmo e pietre semipreziose del 1695 con al centro incastonato un bassorilievo raffigurante il santo patrono in vesti pontificali.
Il settecento fu caratterizzato dal ripetersi di fenomeni tellurici che interessarono tutto l’Abruzzo. A Chieti non si ebbero effetti catastrofici, ma in seguito alla scossa del 1703 crollò la cuspide della torre campanaria e si ebbero lesioni che fecero temere per la statica dell’edificio. Pertanto, nonostante le cure che riservarono alla chiesa gli arcivescovi Capece e de Palma, autentici mecenati, nella seconda metà del settecento, mons. Nicola Sanchez de Luna si vide nella necessità di intervenire per i restauri della cattedrale e pensò di utilizzare buona parte di un lascito del suo predecessore. Si rivolse, perciò, a Carlo Piazzolla, architetto lombardo che a quel tempo operava in Abruzzo. La cosa non andò a buon fine per i contrasti sorti tra la Curia Arcivescovile e la Municipalità , tanto che la questione finì in giudizio presso la Corte Superiore di Napoli. Il tribunale si espresse a favore dei Decurioni cittadini, e l’arcivescovo, punto nel proprio orgoglio, chiese il trasferimento alla diocesi di Salerno.
Il progetto fu ripreso nel 1765 dall’arcivescovo Francesco Brancia, al quale riuscì di portare a termine i lavori di restauro radicale di tutto il complesso nell’arco di appena quattro anni, in tempo perché fossero apprezzati dal committente, il quale di lì a poco morì giovanissimo all’età di soli quarantaquattro anni.
L’intervento interessò tanto la tettonica, quanto l’apparato decorativo, e alla fine l’edificio assunse una fisionomia del tutto nuova, dalle armoniose linee classicistiche, mentre si provvedeva ad un arredo più elegante e confacente alla nuova architettura (il coro ligneo del presbiterio e l’altare maggiore).
Nel 1769 era compiuto e il 18 novembre dell’anno successivo l’arcivescovo Luigi del Giudice, successore del Brancia, poté consacrare la rinnovata cattedrale. Al del Giudice dobbiamo anche la porta dell’atrio e una scalea d’accesso alla chiesa, costituendo un valido esempio per i presuli dell’ottocento i quali si prodigarono per arricchire la chiesa cattedrale, anche se non sempre i risultati corrisposero ai principi di un sicuro buon gusto.
Un caso a parte costituisce mons. Luigi Ruffo Scilla che si mostrò particolarmente munifico verso la sua chiesa. Egli, infatti, con autentica generosità e tratto signorile, oltre a rinnovare l’antico episcopio, si occupò dell’ammodernamento di varie parte della chiesa di cui rese più funzionale l’intera area presbiteriale e inoltre decorò la cripta e rinnovò la cappella del Sacramento. Aveva in animo anche di fare al fianco prospiciente la piazza un disegno architettonico più nobile, ma il suo progetto fu interrotto dalla sua elevazione al cardinalato.
L’idea fu raccolta dagli arcivescovi del novecento ai quali dobbiamo la definitiva sistemazione del monumento, opera dell’architetto Guido Cirilli, il cui progetto ebbe realizzazione compiuta solo negli anni quaranta, durante l’episcopato dell’indimenticabile mons. Giuseppe Venturi.
L’architetto Cirilli, già collaboratore del Sacconi per l’altare della Patria, si è impegnato a ridonare all’edificio le originarie linee medievali, ispirandosi agli elementi antichi sopravvissuti nelle absidi e chiaramente leggibili nella torre campanaria; un disegno non del tutto condivisibile oggi, ma non si può negare che sia riuscito a compiere un’opera che tuttavia s’impone per grandiosità e per una certa grazia, soprattutto nell’apparato decorativo e nella loggia del fianco che richiama motivi consueti al romanico pugliese.
Negli anni ’70, infine, la Sovrintendenza ai monumenti per l’Abruzzo ha condotto lavori di restauro e consolidamento dell’intero edificio, con particolare riguardo al campanile, mirando al ripristino delle strutture medievali della cripta con la distruzione degli stucchi barocchi che la ricoprivano dal 1600 circa.

VISITA ALLA CHIESA DI SAN GIUSTINO A CHIETI

Chiesa superiore

Vasta e di proporzioni armoniose, a stento cela, sotto una nobile veste classicistista, l’antica struttura medievale che l’avvicina alle cattedrali di Valva, di Sulmona e all’abbazia di San Giovanni in Venere.
Essa è divisa in tre navate, quasi a metà della loro lunghezza partite da scenografiche scalee che portano ad un’alta tribuna; la nave maggiore ha la stessa altezza del transetto, senza sporgenze laterali, con cupola ottagonale a lati disuguali sull’incrocio, secondo lo schema delle cattedrali romaniche abruzzesi. La copertura della navata centrale è a botte lunettata, mentre quella delle navate laterali è a calotta.
Alcuni dati curiosi ci confermano la vastità dell’edificio: dal vestibolo al presbiterio esso misura metri 58; la larghezza della navata maggiore è di circa metri 28, quella delle laterali è di circa metri 11.
Nella cappella del Sacramento, restaurata compiutamente nel 1881 da mons. Ruffo Scilla, è in stile neorinascimento e custodisce una tela del 1890 eseguita dal pittore romano Grandi.
A mano destra, in una piccola esedra, sormontata da un olio settecentesco di scuola napoletana raffigurante il Battesimo di Gesù , è collocato il monumentale fonte in porfido fatto eseguire nel 1599 dall’arcivescovo Matteo Saminiato, scolpito in forma di coppa dallo stelo tornito e con la vasca intagliata a grossi ovoli. Sui lati sono incisi gli stemmi della città, del committente e del parroco della cattedrale.
Nel segretariato, a sinistra dell’ingresso, è collocato un coro ligneo del 1700 finemente intagliato da maestranze abruzzesi e si ammirano due grandi teleri di Saverio Persico raffiguranti la Cena di Betania e l’Ultima Cena.
Il pulpito e i confessionali, eseguiti dal Bencivenga, furono realizzati su commissione dell’arcivescovo de Palma, come le porte “ à la chinoise ”, e il leggiadro armadio della sagrestia. Notevole il patrimonio di questa cattedrale, nella quale spiccano un’ Adorazione dei Magi del 1500 di scuola fiamminga, la neoclassica Natività del pittore teatino Nicola de Laurentis, la pala di San Gaetano dipinta nel 1738 da Ludovico de Majo e la pala dell’ Immacolata del Persico, il quale in questo anno, 1759, ha dipinto forse anche l’ Incredulità di San Tommaso , posta dietro l’altare maggiore.
Di grande pregio artistico, infine, appaiono, la Mater Populi Teatini , statua lignea del rinascimento; e il paliotto dell’altare maggiore scolpito nel 1769 da Giuseppe Sammartino.

Cripta

Questa costruzione presenta caratteri di grande originalità e non trova riscontri in nessun altro monumento abruzzese per quanto concerne le dimensioni. Eretta da maestranze vicine alla scuola di San Liberatore, occupa tutto il transetto con abside e con trabside. La pianta, alquanto irregolare, si articola in piccole navate di una campata ciascuna.
Interamente costruita in laterizio, riserva la pietra esclusivamente ai capitelli e ai pilieri a fascio. La sistemazione attuale risale al secolo XIV, al tempo cioè della costruzione della torre campanaria, come è provato dagli affreschi riemersi nel corso degli ultimi lavori di restauro.
Come nella chiesa superiore, anche in questa parte della cattedrale non mancano opere d’arte di grande rilievo. Prima fra tutte va ricordata l’ arca marmorea che il vescovo Marino di Tocco fece scolpire nel 1432 per riporvi le reliquie di San Giustino, primo vescovo teatino e patrono della città. Quindi il Crocifisso di Niccolò Teutonico del 1485 e gli affreschi raffiguranti una Deposizione e un drammatico Crocifisso , un tempo sulle pareti di questa cripta e poi strappati nell’ottocento nel corso dell’ammodernamento voluto da mons. Ruffo Scilla.
Adiacente alla cripta, infine, si apre la cappella del Sacro Monte dei Morti, decorata con rutilanti stucchi dorati applicati nel 1711 da G. B. Gianni, architetto lombardo attivo in Chieti nel secolo XVIII.

Torre campanaria

Opera di Bartolomeo di Giacomo, come si legge in una targa marmorea apposta all’interno del primo piano della costruzione, fu innalzata nel 1335, quasi contemporaneamente al rifacimento generale della chiesa, a quanto si deduce dalle affinità stilistiche che si riscontrano tra questo manufatto e quanto resta delle più antiche absidiole.
Essa è a base quadrata e divisa orizzontalmente in quattro parti. La parte superiore, la cella campanaria con il tempietto ottagonale, è opera di Antonio da Lodi che la innalzò nel 1498 a simiglianza dei coronamenti realizzati in molti campanili abruzzesi. La fine decorazione ad archetti e ovoli in laterizio, con scodelle maiolicate, richiama la coeva torre arcivescovile (eretta nel 1470) e l’elegante chiesa a pianta ottagonale del Tricalle.
Il campanile è esattamente orientato e misura 9 metri per lato, mentre dalla base al coronamento è di metri 46, più metri 9 della cuspide piramidale ricostruita negli anni trenta da Guido Cirilli in sostituzione di quella crollata nel terremoto del 1703.
Il dado basamentale è rivestito con conci di pietra calcarea, grezza per metà e squadrata nella parte superiore. Il primo ordine nel quale si apre una profonda monofora verso la piazza è rivestita di pietra pulita.
Nel secondo ordine, a mattoncini rifiniti come tutti i restanti, si aprono due bifore, rispettivamente rivolte a sud e a nord, e inserite in un arco ogivale con una coppia di colonnine disposte sul piano mediano.
Il terzo ordine, diviso dal precedente da una cornice marcapiano con raffinati archetti trilobati che ritroviamo nelle antiche absidi, è aperta su tutti e quattro i lati per mezzo di bifore simili alle precedenti, ma più alte e con colonnine binate disposte sui piani perimetrali. La finestra che si apre a levante è ornata da un archivolto a punta di diamante di ricercata eleganza, elemento che si ritrova su una finestra del vico Semprevivo e su una apertura ellittica della torre dei Toppi.
La cella campanaria, stretta tra lisce paraste, è di stile sobrio e armonioso con quattro alte monofore e termina con un prisma ottagonale segnato da profondi nicchioni, coronato da un motivo ornamentale ad archetti ciechi. Agli angoli, solidi pinnacoli poggiano su un cornicione classico che si sviluppa attraverso un minuto dentello, grandi ovoli e gola dritta, identico al cornicione del Tricalle.
L’orologio, un tempo sul fianco della chiesa, sopra un portico crollato nel secolo XVIII, fu collocato sulla torre nel 1752, per volontà del Camerlengo Paini.

Visitare l’oratorio del sacro monte dei morti a Chieti

Le vicende storiche di questo oratorio sono strettamente connesse con quelle dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti. E’ bene, pertanto, accennare brevemente alle origini e all’evoluzione del pio sodalizio che occupa tanta parte della nostra cittadine.
Le fonti e le notizie storiche, indispensabili per una sia pur breve trattazione dell’argomento sono da cercarsi nella “Historia” del Nicolino, nella “Storia degli uomini illustri” del Ravizza, nell’archivio della Confraternita e in un prezioso opuscolo di Luigi Vicoli intitolato “ Per la Passione del Redentore ” e pubblicato nel 1859.
Delle numerose confraternite, attive in Chieti fino a tutto il secolo scorso, sopravvivono soltanto quella di Santa Maria di Costantinopoli, almeno teoricamente presso la chiesa di Santa Chiara e l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti; le altre tornano alla luce per un solo giorno dell’anno, quando precorrono, nel pomeriggio del Venerdì Santo, le vie cittadine al seguito dei Simboli della Passione, distinte dai rispettivi gonfaloni e dalle cappe di colore diverso.
La più importante è sempre stata l’Arciconfraternita che da secoli sovrintende alla Processione del Venerdì Santo; essa è la più antica e ancor oggi accoglie tra i suoi affiliati i cittadini più in vista di Chieti. E’ da ricordare, però, che il Monte sorse molto tempo prima della Confraternita, forse intorno all’undicesimo secolo, presso le reliquie di San Giustino nella cripta della Cattedrale, con il precipuo scopo di assicurare Messe di suffragio ai cittadini defunti e coltivare la devozione del Santo Patrono. Esso nacque quasi sicuramente in seguito alle ampie donazioni del Conte Drogone, signore normanno, al Vescovo Rajnolfo che, per manifestargli la gratitudine della Chiesa teatina, istituì una Messa quotidiana “pro fidelibus defunctis et pro anima Drogonis” da celebrarsi all’altare di San Giustino.
Nel 1578 Papa Gregorio XIII dichiarò privilegiato l’altare suddetto favorendo la costituzione formale del Monte che, sempre annesso alla cappella di San Giustino, fu fondato a tutti gli effetti nel 1957, presso l’altare di “ Santa Maria Succurre Miseris ”, vicino a quello del Patrono, grazie al cospicuo lascito di Pietro Antonio Gigante, capitano delle milizie cittadine.
Qualche anno dopo, nel 1603, sotto il camerlengato di Girolamo Valignani e Giuseppe de Letto, essendo Arcivescovo il lucchese Matteo Saminiato, fu eseguita la volontà del testatore , innalzando una cappella addossata alla cripta, quasi a voler sottolineare l’autonomia che il Monte ha acquistato nei confronti del Capitolo della Cattedrale.
La costruzione conservò a lungo un aspetto modesto, sebbene nel 1648 l’Arcivescovo Stefano Sauli autorizzasse la istituzione della Confraternita del Monte e Papa Innocenzo X Pamphili la confermasse con una bolla del 13 novembre 1648, precedendo di un mese circa le solenni celebrazioni che i Chietini indissero per inaugurarla “ con fervorosa pietà ”, il che avvenne il 27 dicembre come ricorda enfaticamente il Nicolino.
L’oratorio restò semplice e povero sicuramente fino al 1666, anno in cui la Confraternita pose una lapide al centro del pavimento, davanti all’altare, nella quale si leggeva che “ la sacra assemblea della chiesa teatina dedicava la tomba quale perenne monumento della di lui pietà, memore dei benefici ricevuti, al Capitano delle milizie istoniensi Pietro Antonio Gigante, per aver egli ottimamente meritato riguardo alla cappella del Monte dei Morti già dal 1603, anno della sua costruzione, ed avendo egli compiuto da poco 73 anni ”.
Erano dunque trascorsi ben sessantasei anni dal tempo in cui si era iniziato la costruzione dell’oratorio, di cui però non è arrivato a noi alcun documento. Senza meno essa doveva possedere quanto bisogna all’esercizio liturgico e alla normale attività di una Confraternita tanto importante; ma all’aspetto attuale si giunse soltanto un cinquantennio dopo in seguito ai molti lasciti e alle generose donazioni che il Monte andava ricevendo dai suoi adepti e dai comuni cittadini. Li riceveva spontaneamente, ma li sollecitava anche, come lascia capire una patetica lapide murata nella parete di fronte all’altare e oggi scomparsa ma provvidenzialmente trascritta dal Vicoli.
Fermati straniero – esorta l’iscrizione – accostati cittadino, ti commuovano i sospiri delle anime purganti. Brucia la fiamma della giustizia, si estingua la fiamma della tua carità. Non esitare a profondere le ricchezze in questo luogo se vuoi ammassare tesori in cielo. Miserere, dunque, miserere. E se ci avrai consolato, ti consolerai ”.
Che la cappella abbia avuto l’attuale veste decorativa in un’epoca successiva al 1666 ci viene, inoltre, confermato da una targa di pietra sagomata che si trovava in cima alla gradinata del portico del Seminario, a fianco della porta d’ingresso, e fortunatamente conservata. Essa dice:
Questa cappella eretta a proprie
spese dalle fondamenta per se
stesso, il Sacro Monte dei Morti
aggiunse nell’anno della Natività
del Signore 1711.

Essa è l’unica testimonianza salvatasi dai lavori che il Comune eseguì nel 1846 per sistemare la scala d’accesso all’oratorio dalla parte della piazzetta. I quali lavori comportarono tra l’altro lo spostamento in avanti della porta della cappella e la scomparsa di una piccola edicola con affresco di San Giustino.
Un’accurata analisi stilistica degli stucchi, infine, ci fa sostenere con certezza che essi appartengono a Gianbattista Gianni, architetto scultore comasco molto attivo a Chieti e nell’Abruzzo tra la fine del seicento e i primi anni del secolo successivo.

L’aula rettangolare, con volta lunettata e due finestre fortemente strombate, ha proporzioni armoniose grazie ai sapienti rapporti di lunghezza, ampiezza, altezza. La cappella è interamente coperta di stucchi ad altorilievo, costoloni, festoni, medaglioni, riquadri, statue, pannelli; e tutta la decorazione svolge il tema della Passione di Cristo nei suoi vari e drammatici momenti: Gesù alla colonna, Gesù e Pilato, Cristo alla Croce, Gesù coronato di spine etc.. Inoltre compaiono numerosi simboli allusivi al tempo e all’eternità, alla Morte e alla Redenzione. Su tutto campeggia l’immagine della Madonna, vero punto fermo della Storia, verso cui converge il tempo del peccato e da cui riparte quello della Salvezza. Non a caso, infatti, la piccola pala sull’altare rappresenta la Vergine col Bambino che soccorrono le anime del Purgatorio; la Madonna del Soccorso è la Speranza. Il quadro, di non vaste dimensioni, è di scuola napoletana, opera vicina al Solimena, particolarmente morbida nel colore e morbida nei tratti fisionomici.
In quanto agli stucchi, è da sottolineare l’invenzione ricca e varia, la levità degli elementi naturalistici e la presenza di palme intrecciate e di nastri arricciolati di raffinata eleganza: tutte caratteristiche dello stile del Gianni di cui ricordiamo a Chieti la preziosa, anche se negletta, chiesa di San Gaetano, alcune fini decorazioni di Sant’Anna degli Scolopi e la ricca cappella di Santa Caterina Nigri, realizzata a San Francesco al Corso per la famiglia bolognese dei Gozzi.
San Gaetano è del 1700, mentre gli stucchi di San Francesco al Corso sono del 1714; questo oratorio, dunque, è da porsi tra le ultime opere del Gianni; tra quelle, cioè, il cui dettato barocco entra in crisi, lasciando il passo ad un decorativismo fin troppo carico e minuto, quasi vicino al rococò, che ben presto troverà i suoi diffusori in altri stuccatori lombardi operosi in tutta la regione.
Il carattere generale dell’oratorio, comunque, è compromesso seriamente da una doratura poco indovinata aggiuntasi recentemente ad altre più antiche, che appesantiscono la plasticità degli stucchi e ne rendono grevi i rilievi, a tutto svantaggio dell’atmosfera chiara e leggera che doveva aleggiare un tempo nella cappella, in armonia con i canoni stilistici del primo settecento.
Lungo i lati maggiori e sulla parete di fronte all’altare sono addossati gli scranni del coro, realizzati in noce nei primi decenni del secolo scorso, come ben rilevano gli elementi ornamentali e la linea neoclassica del manufatto. L’opera è di pregevole fattura e, sebbene sobriamente severo, non stride con l’esuberante decorazione circostante.
Nella sagrestia, che ha conservato agli stucchi l’originaria scialbatura, incombe un imponente armadio del XVIII secolo simile ai molti che si vedono nelle chiese locali, ma piuttosto distante per l’intaglio dagli splendidi arredi lignei della chiesa superiore, tutti opera di intagliatori abruzzesi.
In conclusione, possiamo dire che nella cappella del Sacro Monte dei Morti abbiamo la testimonianza di una scuola decorativa alquanto sofisticata e un pregevole documento del buon gusto e della civiltà teatina del 1700.

Visitare la chiesa di San Francesco d’assisi a Chieti

Originariamente dedicata a San Lorenzo Martire, San Francesco è una delle chiese più antiche di Chieti; considerata la posizione preminente, in asse con la torre campanaria della cattedrale, perfettamente orientata, è da ritenersi che essa risalga ai primi secoli del cristianesimo.
Sinibaldo Baroncini, archeologo teatino del seicento, narra di una grande pietra squadrata rinvenuta ai suoi tempi presso la facciata e con una iscrizione monca, GENIO MUNICIPII, che ci fa supporre esistesse in epoca romana un edificio sacro o civile nell’area della chiesa. E’ certo, comunque, a quanto dice P. Isidoro Sebastiani, che la chiesetta di San Lorenzo passò ai frati minori vivente ancora San Francesco; ben presto ivi sorse annesso un convento destinato a divenire preminente su tutte le chiese francescane della custodia teatina.
Il maggiore storico chietino, Girolamo Nicolino, nella “ Historia della città di Chieti ”, dà per certo il 1239 quale anno di fondazione della chiesa, ricavandola da una tabella di Messe celebrate dai PP. Conventuali di Chieti; egli ricorda, inoltre, un tale Antonio Gizio, nobile teatino che, dopo aver donato una parte dei suoi beni ai poveri, ne impiegò il resto per l’edificazione della chiesa, nella quale visse e morì santamente secondo la regola serafica.
Grazie al lascito del Gizio, la chiesa assunse allora le vaste dimensioni attuali che la posero in primo piano fra gli edifici sacri cittadini, secondo solo alla cattedrale. Ancor più crebbe d’importanza quando, nei primi decenni del 1300, ricevette un’ampia facciata in laterizio di cui rimane la parte superiore, a coronamento quadrato, con un ricco rosone in pietra, anch’esso scampato ai restauri seicenteschi; è andato perduto, invece, il gran portico esistente fino a tutto il 1500.
Queste prime e fondamentali strutture architettoniche furono realizzate con ogni probabilità nel tempo in cui vissero tanti famosi frati chietini; primi fra tutti i PP. Giacomo, Giovanni e Matteo ricordati con gratitudine da Padre Cantèra che restaurò il refettorio nel 1620. Nel XIV secolo, dunque, la chiesa raggiunse le ragguardevoli dimensioni che tutt’oggi rispetta: una grande aula molto allungata e voltata a capriata, con abside rettangolare voltata a crociera, giusta la tipica pianta delle chiese monastiche abruzzesi degli ordini mendicanti.
Di eccezionale c’era già la presenza di ben dieci cappelle, cinque per lato; la parte esterna, intanto, tutta in laterizio, riceveva un cornicione ad archetti pensili giunto in massima parte fino ai giorni nostri. L’ampia facciata, infatti, quadrangolare come la maggior parte delle costruzioni sacre coeve in Abruzzo, presenta tuttora uncoronamento ad archetto che si sviluppa anche lungo tutto il fianco destro.
La loro delicata fattura lo avvicina ai coronamenti dei piani più antichi del campanile di San Giustino portati a termine nel 1335 da tale Bartolomeo di Giacomo. All’incirca in quegli anni veniva innalzata in Chieti la chiesa di Sant’Agostino con una decorazione simile. Della stessa epoca è il ricco e originale rosone con i raggi tutti diversi fra loro e tanto vicini per gusto e invenzione agli intagli che ornano le bifore del campanile della cattedrale.
Già verso la fine del XVI secolo, però, tanto il convento quanto la chiesa versavano in condizioni precarie, e infatti i frati fecero ricorso alla municipalità per richiesta di fondi necessari ai lavori di ristrutturazione. L’aiuto non si fece attendere e il Parlamento teatino, nella seduta del 19 febbraio 1576, elargì la somma di 200 ducati per la chiesa di San Francesco.
I lavori si protrassero per lustri, tanto che il refettorio fu completato dal P. Vincenzo Campèra nel 1620, come abbiamo accennato sopra, e il convento fu restaurato in tutte le sue parti nel 1671 ad opera di P. Francesco Tomei da Chieti. Profondo studioso di teologia, infaticabile predicatore, il Tomei fu anche zelante amministratore, ricoprendo la carica di ministro provinciale dal 1657 al 1661, governando con prudenza e saggezza, né disprezzando la poesia. Lo ricordano, infatti, con stima i più illustri letterati cittadini: Giuseppe Toppi, in un sonetto della raccolta “ De’ furti virtuosi al tempo ” pubblicato nel 1683, lo definisce “ amplificatore commendabile del convento di Chieti ”; Federico Valignani, poi, il celebre fondatore della colonia arcadica teatina, gli dedica il sonetto XIV delle sue “ Centurie ”.
Insieme al convento è lecito credere si lavorasse anche alla chiesa, la quale fino al 1650 era ancora coperta a capriate, ma con le cappelle quasi tutte decorate, come risulta da una relazione richiesta dal Vaticano sullo stato delle case francescane e carmelitane.
A quel tempo, perciò, San Francesco aveva ormai perso quasi completamente i caratteri del vetusto tempio gotico e si avviava ad essere quel grandioso monumento barocco che oggi ammiriamo. Qualche tempo dopo la conclusione dei lavori per il convento, e precisamente nel 1689, fu portato a termine il rafforzamento della parte absidale con poderose strutture murarie indispensabili a sostenere l’erigenda cupola.
Fino al 1703, tuttavia, questa non era ancora elevata, come ben si rileva dalla famosa pianta prospettica della città disegnata da G. B. Pacicelli appunto in quell’anno. Non troppo lontano dl 1703 dovette essere realizzato il rivestimento in pietra dell’ordine inferiore della facciata, tanto simile per disegno e stile a quello della demolita San Domenico rifatta barocca in quegli anni e probabilmente dalle stesse maestranze.
Completate le strutture architettoniche, si provvide alla decorazione interna e si arricchì il tempio di nuove pitture e pregevoli opere scultoree, quali la tela della Madonna degli Angeli e le statue lignee di Sant’Antonio e di San Lorenzo . Dopo aver provveduto, infine, alla decorazione plastica di tutto il presbiterio per mano di stuccatori lombardi e all’innalzamento del maestoso altare marmoreo, i frate commisero all’intagliatore Felice D’Attilio un nuovo coro ligneo e un pulpito.
Nel 1767 i PP. Annecchini e Onofri del convento teatino stipularono un contratto di massima con il D’Attilio il quale si mise all’opera, dovendo riconsegnare il tutto entro lo stesso anno. Mentre i lavori procedevano alacremente, il D’Attilio, pressato da necessità domestiche, ma soprattutto infastidito dalle continue richieste di cambiamenti e arricchimenti da parte dei frati, chiese di essere parzialmente saldato. Promesse di compensi fioccarono, ma non seguì mai nulla di concreto. Stanco di aspettare e irritato, l’intagliatore interruppe l’opera e ricorse alla legge. Com’era da aspettarsi ottenne giustizia: il convento, infatti, fu condannato a versare una somma superiore alla pattuita e più equa per il lavoro realizzato, mentre il D’Attilio si obbligò a finire il coro rispettando il disegno primitivo e a riconsegnare l’opera entro il 1770. Non si parlò più del pulpito.
Il 6 febbraio del 1771, finalmente, la chiesa ebbe il suo coro, ma era scritto che, nato male, esso dovesse finir peggio. Nel maggio del 1932, infatti, un furioso incendio devastò tutto il presbiterio, distruggendo il coro, un prezioso organo settecentesco e numerose suppellettili sacre.
San Francesco, comunque, aveva da tempo perso molto del suo splendore a causa della soppressione degli ordini religiosi decretata una prima volta nel 1806 e nuovamente nel 1866, quando, privata del convento, passato al demanio, fu officiata dapprima da un solo religioso conventuale e infine passò alle cure della Congregazione dell’Immacolata Concezione. Finché, verso la fine del 1800, ebbe un parziale restauro a spese della nobildonna Teresa de Horatiis e soltanto nel 1903 poté riaccogliere un manipolo di francescani conventuali i quali furono costretti ad adattarsi in stanzette anguste e per niente idonee alla vita monastica.

VISITA ALLA CHIESA

Facciata Esterna

Al sommo di una scenografica scalinata a doppia rampa, disegnato da Tommaso Scaraviglia alla fine del 1800, in seguito allo sbassamento del piano stradale del corso Marrucino, si erge una larga facciata rivestita in forme barocche nell’ordine inferiore e in laterizio in quello superiore.
Due nicchioni con statue provenienti dalla demolita San Domenico affiancano un elegante portale in pietra con ante riccamente intagliate.
Il rosone del XIV secolo è un originale esempio di arte tardo-gotica.

L’Interno

Ampio, solenne, con cinque cappelle profonde per lato, riceve una suggestiva illuminazione dalla maestosa cupola a calotta emisferica di nobile forme romane.
La prima cappella, partendo da sinistra, lascia intravedere sotto l’esuberante decorazione plastica l’originaria struttura gotica. Ai lati dell’altare Sant’Ambrogio e San Carlo Borromeo , santi patroni della nazione lombarda, di cui una fiorente colonia visse e prosperò in Chieti fino al XVIII secolo. I teleri delle pareti con storia della vita dei santi ricordati rimontano alla seconda metà del seicento e rivelano una ingenua vena narrativa. Sull’altare il busto ligneo di Sant’Antonio da Padova, firmato e datato “ G. Colombo 1711 ”, ennesima conferma delle magistrali capacità artistiche di questo scultore napoletano dalla vena spigliata e aggraziata a un tempo. La fastosa stuccatura ricorda la scuola lombarda attiva in Abruzzo per ben due secoli.
La cappella successiva, dedicata a Santa Caterina da Bologna, è decorata con preziosi stucchi eseguiti dall’architetto scultore G. B. Gianni verso la fine della sua parabola artistica, influenzata dal gusto rococò. Sull’altare e alle pareti tele del bolognese Ercole Graziani, dipinte nel 1714 su committenza della famiglia Gozzi di origine emiliana, ma stabilitasi a Chieti intorno al seicento per esercitarvi attività bancarie.
La seguente, con scadenti stucchi della bottega del Clerici, è degna di interesse per il gran quadro dell’Immacolata Concezione dallo stile inconfondibile di Donato Teodoro.
Nella successiva cappella, un tempo consacrata a Sant’Antonio, si ammira una bella statua lignea di San Lorenzo la cui forte doratura moderna non riesce a spegnere l’eleganza delle forme e la delicatezza dei tratti, caratteristiche proprie di Giacomo Colombo, autore operoso in Abruzzo nel primo decennio del 1700. Alle pareti due tele con episodi della vita del santo da Padova eseguite nella prima metà del seicento nella bottega di G. B. Spinelli, maestro della scuola napoletana.
L’ultima cappella di questo lato, oggi di patronato della famiglia Obletter, apparteneva in antico alla potente colonia veneta di Chieti. Decorata con stucchi di gusto tardo-manieristico, vanta il più bel quadro della chiesa e indubbiamente il più importante esempio di pittura barocca della nostra città. La tela raffigura la Vergine e il Bambino coronata da angeli . Ai piedi del trono sono raccolti in meditazione San Giovannino, San Luca intento a ritrarre la Madonna, Sant’Alessandro e San Marco .
Fortissimi echi di altre opere acclarate dello Spinelli e la presenza di Sant’Alessandro patrono di Bergamo confermano la tradizionale attribuzione spinelliana. E’ noto, infatti, che il pittore, giunto con la famiglia da Bergamo alla fine del ‘500, visse a lungo a Chieti dove ha lasciato altri importanti testimonianze della sua arte.
Il transetto, ampio e luminoso, nobilitato dalla grande cupola, è impreziosito da scenografici altari e stucchi di fine fattura per stile vicini a quelli che G. G. Rizza, architetto e scultore comasco formatosi alla bottega del Gianni, ha realizzato in altre chiese cittadine. Sugli altari, statue lignee dorate raffiguranti San Francesco e Sant’Antonio , opere del tardo cinquecento napoletano. Notevoli per drammaticità espressiva i pannelli in stucco ad altorilievo con episodi della vita dei due santi.
Infine l’altare maggiore lastronato di marmi pregiati, imponente nelle sue forme architettoniche, capolavoro di lapidici napoletani.
Continuando la visita, s’incontra la cappella di San Ludovico da Tolosa , con delicati stucchi del Clerici e una modesta tela di Donato Teodoro. Quindi viene la cappella di San Giuseppe , appartenuta un tempo all’antica famiglia chietina del Nicolino. Un’antica tradizione sostiene che vi sia sepolto lo storico Girolamo.
Le tele delle pareti laterali raffiguranti la Natività e l’Adorazione dei Pastori , rimontano alla prima metà del XVII secolo, epoca in cui fu realizzata la sontuosa decorazione plastica.
Segue la cappella della Madonna degli Angeli , dotata di privilegi da Papa Gregorio XIII Boncompagni e successivamente confermati da Benedetto XIV nel 1751. Intorno a questi anni fu dipinta la tela dell’altare con la Vergine, il Bambino e i Santi Giovanni Battista ed Evangelista . La delicata omogeneità cromatica, la correttezza del disegno e la morbidezza dei toni ricordano la maniera di Paolo de Matteis o, più probabilmente, di Nicola Maria Rossi, artista a lui vicino.
Superata la cappella del Suffragio , snaturata dai “restauri” operati negli anni cinquanta del nostro secolo, si giunge a quella di San Michele Arcangelo della famiglia de Laurentiis; la pala sull’altare è una fiacca interpretazione del celebrato quadro del Reni. Oltre a queste ricordate, altre opere d’arte meritevoli di attenzione vanta quest’antica chiesa francescana: un breve accenno, per esempio, è doveroso per gli eleganti torcieri posti ai lati dell’altare maggiore e per l’architettonico armadio cinquecentesco conservato in sagrestia.
Una nota particolare richiede, invece, la famosa Madonna lignea del 1400 che il recente restauro ha riportato ad una lettura chiarissima, sottolineandone i rigidi caratteri ieratici e il fresco tono popolaresco propri di certa statuaria abruzzese quattrocentesca.
Per ultimo ricordiamo l’imponente pulpito realizzato da Modesto Salvini da Orsogna verso la fine del 1700. La macchina dalle forme bombate e gonfie, sebbene leggiadra come un turibolo, dovettero soddisfare straordinariamente i committenti e il gusto de tempo, tanto che venne ripetuta, con lievi modifiche, in molte chiese della terra teatina (vedi i Crociferi a Chieti, San Francesco a Bucchianico, la parrocchiale di Pennapiedimonte).

Visitare la chiesa di Santa Chiara a Chieti

Nel 1558, in seguito alla guerra franco-spagnola, l’antico monastero delle Clarisse Damianite fu utilizzato come fortezza e le sorelle trasferite presso Santo Spirito in via Arniense; nel 1581, poi, esso fu occupato dai Padri Cappuccini che avevano chiesto di fondare in Chieti un loro convento.
Sebbene la nuova sistemazione non potesse dirsi confortevole e la chiesetta di Santo Spirito risultasse angusta per le necessità liturgiche di un ordine femminile legato alla più rigorosa clausura, ben presto la comunità monastica prosperò tanto da contare sessanta suore; ma solo oltre mezzo secolo più tardi si intraprese la costruzione di una chiesa monumentale, rispettosa dello stile imperante nel secolo e consona alle nobili origini della maggior parte delle monache presenti nel monastero teatino (Henrici, Valignani, Camarra, Celaya).
Proprio durante la giurisdizione di una Valignani, la badessa Serafina, l’Arcivescovo Stefano Sauli pose la prima pietra della erigenda fabbrica: era il 18 aprile 1644. I lavori relativi alle strutture murarie procedettero alquanto speditamente; non altrettanto veloci furono quelli necessari per la parte decorativa, la quale fu portata soddisfacentemente avanti soltanto nel 1682, come si legge in una relazione inviata alla Santa Sede dall’Arcivescovo del tempo Mons. Nicola Radulovich. In essa il presule si compiace del nuovo tempio, stimandolo tra i più belli della città, mentre ricorda con orgoglio quanto impegno abbia profuso per la sua realizzazione, sottolineando peraltro il considerevole apporto pubblico e privato delle stesse Clarisse. Alcune stuccature della controfacciata del presbiterio e delle prime due cappelle sono il risultato di interventi attuati solo molto più tardi, nel corso del secolo successivo.
L’11 giugno 1720, finalmente, come ricorda la targa posta sotto la cantoria a spese di suor Maria Giacinta Valignani, l’Arcivescovo Vincenzo Capece, della nobile famiglia napoletana, consacrò la chiesa e di lì a poco, nel 1724, sempre grazie al mecenatismo di alcune monache di casa Valignani, venne addossato su un pilastro della fiancata destra della navata il sontuoso pulpito.
Lungo tutto il secolo XVIII la vita del monastero scorse serenamente, non disdegnando talvolta i costumi eccessivamente mondani che furono in quel tempo causa della corruzione degli ordini religiosi, femminili soprattutto; infatti non mancarono frequenti interventi di prudenti presuli tesi a contenere una esuberanza assolutamente disdicevole per la severità della regola francescana. Com’è noto, le monache avevano numerose occasioni di svago, quali la solenne pronunciazione dei voti delle novizie, le fastose cerimonie liturgiche a cui partecipavano i congiunti delle suore quasi come a spettacoli teatrali; le troppo numerose visite dei laici, infine, i consueti trattenimenti musicali a malapena giustificati da motivazioni religiose, ma in realtà favoriti dallo spirito mondano dominante la frivola società settecentesca. Eloquente testimonianza ne sono nella nostra chiesa i due palchetti sospesi al centro della navata, tanto eleganti quanto estranei ad una autentica vocazione contemplativa.
Si ricordano, tuttavia, anche numerosi esempi di profonda religiosità e molte Clarisse che vissero nell’obbedienza più rigorosa della regola, lasciando una edificante memoria della propria esistenza terrena . E forse in premio di tanta sincera pietà cristiana, il 16 luglio 1754 Benedetto XIV dichiarò privilegiato l’altare maggiore di Santa Chiara, estendendone i benefici spirituali ai parenti e affini di primo e secondo grado delle monache e ai loro benefattori.
In seguito alle leggi sulla soppressione degli ordini religiosi emanate dal governo napoleonico, le Clarisse dovettero abbandonare il monastero, trasformato in seguito in caserma dei Carabinieri e la chiesa conobbe giorni oscuri. Con la restaurazione borbonica le monache tornarono nella loro antica casa e per tutta la prima metà dell’ottocento condussero una vita improntata allo spirito di preghiera e di sana laboriosità, mentre la chiesa fu oggetto di restauro e arricchimento artistico: la volta fu completamente decorata con stucchi dorati quale degna cornice per il grande affresco dell’Assunta realizzato in quegli anni dal pittore chietino Raffaele del Ponte.
Dopo il 1860, con la seconda demanializzazione degli edifici religiosi, si ebbe la dispersione della comunità e la chiesa si avviò verso una lenta ma inarrestabile decadenza, nonostante ospitasse la fiorente confraternita di Santa Maria di Costantinopoli proveniente dal distrutto tempio gesuitico dei Santi Ignazio e Stefano. Negli anni sessanta del nostro secolo la chiesa fu sottoposta ad un restauro poco felice che ha interessato il pavimento e parte dell’arredo, perdendo alcune peculiarità che la rendevano singolare anche nella suppellettile, come per esempio la balaustra lignea dell’altare maggiore e i lampadari in stile floreale di cui restano alcuni esemplari del presbiterio. Particolarmente inopportuna è stata, inoltre, l’apertura delle cappelline poste sotto i palchetti, così anche la sostituzione delle tele originarie con statue devozionali di nessun valore artistico.
Da allora Santa Chiara non ha goduto di alcun intervento, né di natura conservativa né di natura propriamente strutturale, e ognuno può facilmente constatare di persona se ne abbia urgente bisogno.

VISITA DELLA CHIESA

 Facciata esterna

La facciata è divisa in due ordini da un pesante cornicione: quello superiore è in mattoni grezzi; quello inferiore, invece, è intonacato e reso importante da un portale scolpito in pietra affiancato da due nicchioni, secondo i comuni schemi manieristici. I mascheroni che concludono gli stipiti del portale richiamano le figure che decorano le lesene della facciata di San Domenico al Corso, e perciò si deve arguire che siano stati eseguiti nei primi anni del secolo XVIII.

L’interno

Vasto e luminoso, ridondante di stucchi e decorazioni pittoriche, l’interno è a una navata con due cappelle per lato poco profonde intervallate dalle travata ritmica, giusto il modello gesuitico, con la differenza che in Santa Chiara le cappelle non sono tra loro comunicanti. Va sottolineato, inoltre, che questa chiesa, contrariamente a quanto è accaduto per molti altri edifici sacri chietini, non è il riadattamento di un tempio preesistente, ma è stata edificata “ex novo”, pertanto presenta proporzioni armoniose e una rigorosa omogeneità di elementi architettonici e decorativi .
Per tutto l’interno corre una trabeazione ricca e fastosa, molte aggettante, con tondi raffiguranti i santi più venerati dell’ordine francescano. Sulla controfacciata, ai lati della svelta cantoria, due grandi ovati in stucco celebrano San Bonaventura e San Lodovico da Tolosa, l’anima speculativa e lo spirito di rinuncia del Francescanesimo. La loro delicata eleganza rivela l’opera di botteghe della metà del ‘700 attive in Chieti e nel suo circondario per tutto il secolo, ma provenienti dalla Lombardia; trattasi precisamente del maestro Carlo Piazzoli che avrebbe dovuto operare anche nella cattedrale di San Giustino.
Dappertutto trionfa l’iconografia cattolica, come i dottori della chiesa latina nelle prime due cappelle e le virtù teologali e cardinali svolte plasticamente in tutte le altre.
Procedendo per ordine, incontriamo nella prima cappella di destra una tela raffigurante i Santi Ignazio e Francesco Saverio della compagnia di Gesù, firmata e datata S. Galanti, 1793, morbida nel colore e di buon disegno; la stuccatura è stata applicata da Alessandro Terzani a cui si deve anche la cappella di fronte .
Più oltre si apre una cappellina con modesta statuina settecentesca di Cristo Re, di evidente scuola napoletana. Viene quindi la cappella dedicata a Santa Teresa d’Avila, la cui tela originaria è conservata nella sala capitolare; essa è firmata e datata Joannes Vavinus A Theieate Pinxit Napoli 1681. L’autore è sicuramente un chietino di cui non si conosce nulla, per quante ricerche siano state fatte. Marco Marchi, scultore stuccatore lombardo, ha decorato nella seconda metà del ‘600 l’ambiente in armonica simmetria con la cappella prospiciente.
Sul pilastro di destra, prima del transetto, si ammira uno splendido pulpito del 1724 su cui è applicata l’arma dei Valignani; opera molto raffinata, dorata e marmorizzata, in forma di cassone come gli antichi pergami abruzzesi, e uscita probabilmente dalla bottega dei Mosca di Pescocostanzo.
Nel transetto si elevano due altari assai elaborati, quasi grandiose macchine architettoniche, con fantasiose colonne tortili dipinte e rilievi con motivi naturalistici sormontati da arconi fittamente decorati da simboli delle virtù e formelle con figure di santi della più antica devozione cristiana.
Sull’altare di destra fa mostra di sé una pala di notevoli dimensioni raffigurante la Vergine con il Bambino, San Francesco e San Giuseppe. Sebbene molto deteriorata, vi si riconosce una mano magistrale non ignara della lezione caravaggesca, con forti echi della maniera di Battistello Caracciolo e del patetico Stanzione. L’attribuzione tradizionale, recentemente documentata da fonti d’archivio, impone il nome di G.B. Spinelli, al quale è da attribuirsi anche la Pentecoste del capo altare, per quanto si possa evincere da un’opera alquanto rimaneggiata. Lo stile, comunque, è inequivocabilmente lo stesso della pala precedente, con una forte vena realistica degna della migliore scuola napoletana imperante nel secolo XVII. Di notevole effetto risulta in essa la natura morta del secchio con frutta dipinto in basso a destra. Una volta restaurata, la tela ci riserverebbe la più felice delle sorprese .
Il presbiterio, coperto da un finto cupolino realizzato con sapiente illusionismo pittorico, appare molto arioso e luminosissimo, particolarmente elegante grazie alla stuccatura delicata e minuta applicata nel 1765 dai lombardi Giuseppe e Antonio Piazza, i quali vi hanno profuso gusto e perizia, specialmente nei raffinati medaglioni e nelle classiche finestre di memoria borrominiana che si affacciano, schermate da leggere grate, sulle pareti laterali.
Imponente, infine, si eleva l’altare maggiore lastronato di policroma scagliola nel 1754. Continuando la visita, si incontra la cappella di Santa Chiara caratterizzata da un altare leggero, anche se scenograficamente mosso, con stucchi di grande immaginazione. In essa campeggia una pala piuttosto piatta e secca, firmata “Io. Maria Po” (Giovanni Maria Po), con ogni probabilità uno dei tanti pittori attivi a Napoli verso la fine del seicento; anche la decorazione di questa cappella si deve alla mano di Marco Marchi.
Segue la cappella consacrata alla Madonna e a Sant’Anna , la cui tela è conservata anch’essa nella sala capitolare. Il dipinto, una sacra conversazione entro una lussureggiante verzura, rimanda a G. Simonelli, valente seguace di Luca Giordano e molto operoso in Abruzzo. Preziosa come in tutta la chiesa appare la decorazione plastica .
Superata la cappellina dell’Addolorata, si giunge, infine, all’ultima cappella sul cui altare è posta una statua che raffigura Santa Lucia, ma che originariamente rappresentava una Vergine Annunziata, sinuosamente avvitata come nell’arte scultorea tardo-gotica. Un tempo al suo posto era ospitata una tela con il Martirio di Sant’Orsola dipinta nel 1793 da Severino Galanti.
Per concludere la descrizione storico artistica di questa chiesa, soffermiamoci ad ammirare il vasto affresco della volta circoscritto in una sofisticata cornice mistilinea, l’ Assunzione della Vergine , dipinta dal chietino Raffaele Del Ponte, di castigata educazione neoclassica, il quale offre con quest’opera una ottima prova delle sue conclamate capacità, affiancandosi con dignità ai de Laurentiis, ai Ferrara, ai Marchiani, tutti valenti artisti teatini attivi nel secolo XIX .

Visitare la chiesa di San Giovanni Battista a Chieti

CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA
(dei Cappuccini)

Vicende Storiche

Fondazione della chiesa e del convento dei Cappuccini.
La chiesa di San Giovanni Battista dei Cappuccini, oggi cappella delle “case di riposo”, è le più interessanti della città. Essa, infatti, oltre a importanti opere d’arte lignea, conserva numerose pale d’altare di scuola veneta della fine del ‘500, costituendo un fenomeno artistico notevole. Ma ancor più importante è il fatto che abbia conservato fino ai nostri giorni una quasi totale integrità e omogeneità d’arredo, sicché facilmente appaiono estranei all’ambiente i quadri e le statue depositati in essa, ma di diversa provenienza.
Le sue origini risalgono al 1579, precisamente il 20 aprile di quell’anno, quando il Parlamento della città di Chieti trattò la questione della istituzione di un convento di Cappuccini “di beneficio grande alla città”, riconoscendo che “la vita sana ed esemplare dei suddetti frati sarebbe stata salutare per le anime dei cittadini”.
Il 12 dicembre 1579 la città ricevette sotto la sua protezione i frati e li ospitò a Coste Careti), la località su cui sorge ancora Santa Maria Maddalena, perché vi costruissero chiesa e convento. Ma considerati l’enormità della spesa necessaria e il tempo richiesto per i lavori, nonostante fossero già cominciati, si decise di destinare loro il convento di Santa Chiara vecchio, abbandonato dalle Clarisse già dal 1452 e ceduto in permuta del loro nuovo convento al monastero di Santo Spirito. Questo, a sua volta, venne compensato dalla Curia Arcivescovile con la chiesetta di Santa Maria Maddalena e il 23 aprile 1583 il Consiglio della città concesse ufficialmente il nuovo “luogo” per il convento dei Francescani riformati. In seguito, il 3 aprile 1584, venne venduto un terreno presso Coste Careti per ricavare la somma necessaria alla fabbrica (8); per giunta il Comune elargì il 15 luglio dello stesso anno la cospicua somma di ben 150 ducati perché i frati ne disponessero a loro piacimento (9).
Finalmente, intorno al 1584 “cum magna pompa” si dà inizio ai lavori e si impetra la protezione del santo patrono della città le cui reliquie vengono solennemente portate sul luogo dell’erigendo edificio sacro. La prima pietra fu posta dall’arcivescovo Cesare Busdrago e la fabbrica fu portata a compimento a maggio del 1586, come si legge in una interessante cronaca manoscritta del tempo tramandataci da uno zelante cappuccino.
Il Nicolino aggiunge nella sua “Historia della città di Chieti” che in quello stesso anno venne restaurato anche il refettorio del preesistente monastero. E poiché in quell’anno reggeva la diocesi teatina Giambattista Castrucci, nobile lucchese, fu imposto alla chiesa il titolo di San Giovanni Battista. Infine, una lapide murata a sinistra di chi entra, ma un tempo posta a man dritta dell’altare maggiore, attesta che la consacrazione del tempio avvenne il 16 marzo 1605 da parte dell’arcivescovo Matteo Saminiato.
Di quell’antica costruzione non restano che il semplice e lineare portalino in pietra e il refettorio di notevoli dimensioni, con un affresco ovale ancora visibile, dei tanti raffiguranti santi francescani scialbati di recente. Il modello della chiesa probabilmente non si discostava da quello canonico delle chiese cappuccine: un’aula con cappelle alquanto basse su un lato e un portichetto sulla facciata; altari lignei eseguiti dagli stessi frati e pavimentazione in cotto.
E’ noto che le costituzioni cappuccine indicavano norme precise relative alla situazione e alla costruzione degli edifici dell’ordine (15). Essi dovevano sorgere ad una certa distanza dagli abitati (a non meno di un miglio e mezzo), e prescrivevano l’uso di materiali poveri quali il legno, i vimini e i mattoni crudi.
La nostra sicuramente si uniformava a tali regole, anche se oggi non possiamo giudicare il suo stato originario a causa della ristrutturazione settecentesca; e anche se la sua ubicazione resta tuttora periferica, essa è talmente assediata da brutti edifici moderni che maggiormente si rimpiange l’antica condizione descritta liricamente dal Nicolino: “Questa chiesa è posta e situata vicino le muraglie della città, con una vista mirabile di mare, montagne, pianure, valli, colli e fiumi, e sono ivi due torrioni grandi, donde si veggono anche tante città, terre e castelli, che in questo Regno, e forse in Italia par che non vi sia un simile convento de’ cappuccini ch’abbia una simil vista”.
Fondatori di questo convento furono il frate Lorenzo Bellarmino, sepolto nella chiesa di Penne, frate Ludovico Capograssi da Sulmona e frate Silvestro da Cingoli, i quali fondarono in Abruzzo ben 25 “luoghi” prima del 1600.
Il primo cappuccino teatino fu frate Ludovico Sanguineto, di antica nobiltà chietina, figlio di don Giuseppe che nel 1566 era stato Regio Auditore in Abruzzo e poi vicereggente al tempo di Filippo II d’Asburgo. Il primo priore fu lo stesso frate Silvestro, sotto il cui guardianato nel 1596 fu innalzato da frate Marco da Sulmona un pregevole altare maggiore ligneo, molto ammirato dai contemporanei, a spese dei coniugi Valerio e Silvia Valignani.
Nel corso del secolo XVII la chiesa fu arricchita di molte opere d’arte, come per esempio la pala di San Felice da Cantalice eseguita immediatamente dopo il 1625, anno della sua beatificazione. Purtroppo la documentazione relativa al ‘600 è molto scarna e di sicuro sappiamo soltanto che in questo secolo il convento fu eletto a sede ordinaria dei Padri provinciali e che in esso venne istituita la Scuola Teologica per i Cappuccini d’Abruzzo.

Ristrutturazione della chiesa e ampliamento del convento

Ritenuta ormai angusta e insufficiente, nel 1700 la chiesa venne interamente trasformata e venne ricostruito integralmente il suo arredo ligneo. Frate Giuseppe Antonio da Roccaraso, il diligente trascrittore della cronaca antica del convento, ci informa che il 3 agosto del 1700 venne distrutta l’antica opera di frate Marco da Sulmona e l’8 agosto dello stesso anno Felice Palombieri da Teramo, cappuccino laico fabbriciere della Provincia Abruzzese, intraprendeva la costruzione di un nuovo altare maggiore insieme con il tabernacolo e tutto quanto occorre ad ornarlo; questa volta a spese dei frati.
Idelfonso da Scorrano, priore, custode e guardiano del convento, si adoprò perché i lavori fossero celermente portati a termine e perciò provvide con sollecitudine a reperire i materiali occorrenti per gli altari e le opere murarie facendo ricorso ai fondi del convento e alle elemosine dei fedeli.
I lavori occuparono i religiosi per quattro anni; alla fine, innalzati a debito rapporto gli archi delle cappelle, risultò totalmente rifatta la volta della navata centrale; inoltre venne realizzato un pavimento di pietra bianca e grigia.
I frati pagarono anche il restauro della pala maggiore, sebbene essa restasse di proprietà dei posteri degli antichi committenti, e ai suoi lati vennero dipinti da Pompilio de Pizzis da Torricella due pannelli con la decollazione di San Giovanni e Salomé con la testa del Battista.
Entro il 1704 tutto il complesso era stato rifatto “ex novo”; gli altari della sagrestia, invece, è da presumere che siano stati eseguiti successivamente, risultando alquanto diversi per disegno e intaglio e potrebbero essere di mano di frate Ambrogio Sodani da Milano, altro valente ebanista cappuccino che ha operato a Chieti e Teramo fino al 1712, anno della sua morte.
Nel 1727 fu aggiunto il dormitorio dal guardiano frate Giambattista da Chieti, e l’anno dopo, per volontà del priore Serafino Torelli, cappuccino teatino, venne posta sul terzo altare la tela del Bugnara, in sostituzione dell’antica raffigurante San Francesco alla Verna, primo quadro giunto da Venezia nel 1593.
Nel 1744, infine, essendo molto elevato il numero dei religiosi e degli studenti presenti nel convento, fu innalzata l’ala che dalla loggia guarda a settentrione. In seguito al decreto napoleonico sulla soppressione degli ordini religiosi, si ebbe la cacciata dei frati dalla città con la conseguente fine di questo glorioso convento e la dispersione della sua ricca e scelta biblioteca.

Facciata Esterna

Due piatte paraste dividono la facciata in tre scomparti di cui quello centrale a capanna e i laterali spioventi; corona il tutto un cornicione poco aggettante di semplici linee. Degno di nota è soltanto il portalino in pietra, sicuro resto della costruzione più antica; sull’architrave bombato si legge “IOANNES EST NOMEN EIUS” riportato anche dal Nicolino; il classico disegno con i sobri intarsi delle mensole dell’architrave e l’assoluta affinità con il portale della chiesa SS. Trinità, fondata anch’essa nel 1586 e completata nella facciata nel 1602, comprovano l’anno di nascita di questo monumento.
Al rifacimento settecentesco dobbiamo l’aggiunta delle finestre con le cornici in stucco e i leggeri timpani arieggianti quello del portale.

L’Interno

Esso è a una sola navata di ragguardevoli dimensioni con volta a botte lunettata; una delicata decorazione in stucco orna le mensole di raccolta della crociera. Sul lato sinistro si aprono quattro cappelle tra loro comunicanti con volte a botte, divise da robusti pilastri e con pavimenti in cotto.
L’abside è rettangolare, completamente occupata dall’altare maggiore per un rimpicciolimento operato dall’amministrazione delle “case di riposo” in anni recenti. Un bel pavimento in pietra bianca e grigia della Majella, a disegni geometrici, copre tutta la navata imbiancata poveramente a calce.
A destra della porta d’ingresso è murata la lapide funeraria del nobile Saverio Rocca; a sinistra la targa bombata di pietra con cornice a ovoli che ricorda la consacrazione della chiesa:

ANNO DOMINI 1605 DIE 16
MARTII, TEMPLUM HOC CONSECRATUM
FUIT AB ADMODUM ILL.mo ET REV.mo
DOMINO MATTHEO SAMINIATO
ARCH. ET COMITE TEATINO.

Prima cappella

Altare ligneo del 1700 eseguito da frati cappuccini laici detti “Marangoni”, cioè maestri carpentieri. Realizzato in noce, ha un prospetto con specchiatura in radica dello stesso legno e filettatura in bosso. Due colonne lisce con placcatura lignea, che cela la muratura, sorreggono il timpano curvo spezzato con al centro una cimasa.
Ai capitelli corrispondono in parete pseduo-proiezioni, caratteristica delle illusioni prospettiche dello stile barocco. La pala d’altare rappresenta la Crocifissione con la Madonna e i Santi Francesco, Rocco, Giovanni Evangelista e Maria Maddalena. In basso, a destra, lo stemma partito Valignani-Anguillara allude al matrimonio tra Girolamo Valignani e Lucrezia Anguillara (misure: cm. 260×170).
Il quadro è opera di un pittore eclettico riferibile agli ultimi anni del 1500. La cupa drammaticità dello sfondo con figure opalescenti di guerrieri in lontananza e il forte gioco chiaroscurale ricordano la Crocifissione della chiesa di San Fantin in Venezia e quella del museo vetrario di Murano, già in Santa Maria Formosa, eseguita per la famiglia Querini nel 1590, entrambe del pittore Leonardo Corona da Murano. Sulle pareti, quadri celebrativi dell’ordine cappuccino.

Seconda cappella

Altare ligneo simile al precedente, opera degli stessi frati, con leggere variazioni scultoree sul timpano. La pala raffigura la Deposizione con i Santi Tommaso, Giustino, Bonaventura e Francesco (misure: cm. 260×168). Tradizionalmente la figura di santo in vesti prelatizie è stata interpretata come immagine di Pio V; in realtà ciò non è possibile in quanto questo pontefice fu beatificato da Clemente X nel 1672 e canonizzato da Clemente XI soltanto nel 1710.
La tecnica pittorica, il rigido panneggio dei personaggi, trattato quasi fosse spesso cuoio, fanno attribuire questa tela alla stessa mano della precedente. Particolare interesse riveste, poi, l’immagine di San Giustino posta al centro del quadro, l’unica che si conosca del santo patrono dipinta nel 1500.
Sulla parete di destra si ammira un Martirio di San Bartolomeo, forse proveniente dalla chiesa dell’Annunziata dei Crociferi.  E’ una buona replica del famoso originale perduto di Giuseppe Ribera, di cui esalta i noti accenti realistici. Sulla parete di sinistra e sul pavimento due lapidi marmoree di una certa curiosità ricordano una cugina di Papa Pio IX, nata contessa Mosconi di Iesi e sposata al conte Leognani-Fieramosca di Civitaquana.

Pilastro tra la seconda e la terza cappella

Su questo pilastro è sospesa una piccola pala centinata raffigurante Cristo deposto tra le braccia dell’Eterno Padre e due angeli; in alto putti alati con simboli della Passione. Si tratta di una piccola tela proveniente da altra ubicazione, sempre di questa chiesa, come si comprende dallo stemma dell’ordine francescano dipinto in basso a destra.
L’alta qualità pittorica, il caldo cromatismo e il tema trattato la rendono molto pregevole e ne rivelano la sicura ascendenza veronesiana (misure: cm. 154×99).

Terza cappella

Altare ligneo del 1700 quasi identico agli altri due, opera sempre dei frati “Marangoni”. La pala d’altare rappresenta Cristo risorto e la Vergine con San Francesco e San Felice da Cantalice. In basso a sinistra si legge:

PINGEBAT BUGNARA MANUS CONSULTOR IN URBE
HIC PATRUM PRAESUL CUM SERAPHINUS ERAT.
1728

La tela si fa ammirare per la morbidezza del colore e l’eleganza delle figure, pervasa da un’aura vicina alla restaurazione classicistica dell’Arcadia, dominante a Roma nel primo ventennio del 1700, capeggiata da Sebastiano Conca. Non se ne conosce la committenza, ma il Serafino di cui si parla è padre Serafino Torelli da Chieti.
Sulla parete di sinistra si ammira la grande tela delle stesse dimensioni di quelle dell’altare (cm. 275×170), raffigurante San Francesco alla Verna; su un piccolo cartiglio si legge: “… S faciebat anno 1593”.
Il quadro appartiene ad un autore attento all’osservazione naturalistica e calligrafico nel disegno degli animali resi con puntiglio miniaturistico. Anche questa tela è di scuola veneta, vicinissima alle altre presenti nella chiesa.
Sulla parete di destra è sospesa una tela con San Camillo de Lellis (misure: cm. 200×130), proveniente dalla chiesa dei Crociferi in cui si trova tutta una serie di quadri narranti momenti salienti della vita del santo degli infermi, opere firmate e datate del pittore napoletano Ludovico de Majo.
Nella stessa cappella, in basso, è murato un monumento funebre con commovente iscrizione. Innalzata nel 1844 per il duchino Michele Bassi-Valignani d’Alanno, quest’opera, di squisita fattura, ripropone l’eleganza classica e la levigatezza plastica del Canova.

Quarta cappella

Altare ligneo del 1700 eseguito insieme con gli altri della chiesa dalle stesse maestranze cappuccine sotto la guida di frate Felice da Teramo. Sull’altare San Felice orante (misure cm. 102×101). Quasi certamente l’autore è frate Semplice da Verona, fecondo pittore cappuccino attivo nella seconda metà del secolo XVII.
Di mano diversa, invece, i quadri che incorniciano la tela, raffiguranti i miracoli del primo santo dell’ordine. La tela è di buona qualità pittorica e non manca di analisi psicologica, pervasa da cupo verismo sottolineato dal teschio in prospettiva.
In questa cappella è depositata anche una Annunciazione datata 1624 con lo stemma della famiglia Celaja (misure: cm. 170×140).

La sagrestia

In una stanza di piccole dimensioni dalla volta lunettata, secondo gli schemi dettati dall’architettura tardo-rinascimentale, si trovano due tele settecentesche dalle forti tinte, cupe e drammatiche.Di grande interesse gli armadi lignei dal disegno accurato e dal sicuro intaglio. Sul cassone, ai lati di una grata in ferro battuto e dorato, che cela un bel reliquiario, due ovali: un Salvator Mundi ed una Vergine (misure: cm. 34×28). Delicatissime immagini adolescenziali dalla fresca morbidezza settecentesca che richiama la mano del De Mura.
Al centro una piccola immagine di San Michele Arcangelo, consueta riproduzione del famoso quadro che Guido Reni dipinse per la chiesa dei Cappuccini di Roma. Sull’armadio più alto, interessanti teche reliquiarie di fattura più ordinaria.

Altare maggiore

A partire dall’8 agosto del 1700 frate Felice da Teramo dava inizio a questa mirabile opera, lasciandone memoria scritta in una scheda incollata sulla seconda tavola del dorso del ciborio. Gli stessi contemporanei manifestarono stupore e meraviglia di fronte a tanta maestria, e il modello di questo altare fu ripetuto in innumerevoli chiese cappuccine della regione.
Realizzato tutto in legno di noce, bosso, particolari in ebano e altri legni preziosi, costituisce il capolavoro dei frati “Marangoni”, per la grandiosità delle proporzioni e la finezza di esecuzione, in cui risaltano ornamenti scultorei, colonne, intarsi, notevoli volumi e minuzie curiose, tasselli lignei di scarso pregio intrinseco e placchette di raro avorio.
Su un prospetto enorme giganteggiano due colonne scanalate con capitelli corinzi su cui poggia una ricca trabeazione che fa da supporto ai curvi dossali del timpano spezzato. L’alta cimasa, stretta da due eleganti volute, racchiude l’immagine di Dio benedicente. Alla base delle colonne, due piccoli ornatissimi tempietti ripropongono in miniatura il disegno dell’insieme, mentre le porte laterali che immettono nel coro sono sovrastate da due grate lignee dal virtuosistico intreccio.
Il ciborio, poi, è un vero gioiello in forma di tempio a più piani, con cupolino a cipolla su cui svetta il Salvatore. Ai lati due agili torricini con cupole sorreggenti angioletti. Il tutto in fasto di colonnine tortili, traforate e piene, intarsi di legni vari e avori, nicchie con statuine in bosso e leggiadri intagli.
In tanta sapienza architettonica spicca inoltre un meccanismo celato in portelli dietro l’altare, con il quale si muovono diversi pannelli che vanno a nascondersi in appositi incavi per lasciare all’ammirazione decine di ampolline, flaconi, teche di vetro, in cui sono conservati innumerevoli reliquie e oggetti della più rara devozione.
Certamente è questa una straordinaria macchina scenica in cui l’arte gareggia con la tradizione artigianale e che pone frate Felice da Teramo al di sopra di tutti gli altri “Marangoni”, degno emulo dei sommi intagliatori abruzzesi del XVIII secolo, quali i Mosca, i Bencivenga, i Salvini.

Pala d’altare

Questa tela, di vaste proporzioni (misure: cm. 400×275), è anche essa di scuola veneta e rimonta alla fine del ‘500. Vi sono raffigurati la Vergine con il Bambino in grembo incoronati da angeli; in basso vi sono i Santi Giovanni Battista, Francesco, Antonio da Padova, Chiara, Maria Maddalena e Caterina d’Alessandria. Alla base, dietro il ciborio, lo stemma inquartato dei Valignani con i nomi dei committenti:

“VALERIUS ET SILVIA VALIGNANI CONIUGES”

Tutti i santi ritratti hanno una precisa giustificazione: Giovanni Battista è il titolare della chiesa, Francesco e Antonio sono i maggiori santi dell’ordine, mentre Santa Chiara era la titolare del vecchio convento; Santa Maria Maddalena era titolare della chiesetta che per prima aveva ospitato i cappuccini in località Coste Careti e a Santa Caterina era dedicata una cappella all’imbocco dell’attuale via Sette Dolori, dove nel ‘700 fu costruito il convitto dell’Addolorata ancora oggi esistente.
Non dimentichiamo, inoltre, che Caterina era il nome della madre di Valerio Valignani il committente della pala. In tutta la composizione è viva la lezione del Veronese, nel colorito un po’ freddo, perlaceo, nella sontuosità dei gioielli e dell’abbigliamento, nella opulenza matronale delle sante, nell’ardito scorcio del ruotante San Giovanni e nell’arguto visetto che si affaccia a sinistra, autentico ritratto; così pure nell’idealizzato paesaggio che divide i due gruppi di figure.
L’anno di esecuzione non si allontana dal 1596, quando fu innalzato il primo altare, come ci tramanda la cronaca cappuccina. L’autore è senz’altro il pittore delle prime due cappelle, come chiaramente si rileva da un’attenta analisi stilistica. I pannelli laterali, invece, sono stati dipinti nel 1700 da Pompilio de’ Pizzis da Torricella, a spese dei frati; lavoro piuttosto scadente, soprattutto se posto a confronto con la pala centrale.

Altre opere degne di nota

Meritevoli di attenzione sono anche le altre opere custodite in questa chiesa e che concorrono a farne un autentico museo. Esse sono il grande Crocifisso cinquecentesco della controfacciata, notevole per armonie di forme e sincera drammaticità; una Immacolata lignea, ingenua, ma nel complesso gradevole per l’eccellente doratura della veste; e infine una Santa Caterina d’Alessandria in legno policromo della fine del 1700, di mano educata e consapevole dei canoni neoclassici.

Ipotesi di attribuzione per le tele venete

La letteratura relativa alle tele venete di questa chiesa ha sempre fatto riferimento ad autori famosi di quella regione, ricordando il Padovanino, Moretto da Brescia, uno dei tanti allievi del Tintoretto, fino ad arrivare a Palma il giovane. E’ indubbio, comunque, che esse rinviano ad una personalità di un certo valore, sensibile tanto alla lezione del Tintoretto, quanto a quella del Veronese, restando affine alla produzione del Palma, ma nel contempo non ignaro delle novità toscane che andavano penetrando in Venezia alla metà del ‘500.
Caratteristiche comuni peraltro ha tutti quegli artisti che il Boschini accoglie nel gruppo delle “Sette Maniere”: Palma, Peranda, Vicentino, Aliense, Malombra, Contarini, Corona. Escludendo i primi sei perché non proprio collimanti con le opere presenti in Chieti, resta l’ultimo, Leonardo Corona da Murano, di cui il Manzato a ben delineato il percorso artistico, individuandone due momenti ben precisi, uno veronesiano e un altro tintorettesco.
Le tele dei cappuccini, nella loro quasi totalità presentano un forte veronesismo nel colore e nelle figure curate con minuta attenzione rispetto al modello offerto dal Caliari, ricche di azzurri e rosa, con abbigliamenti sontuosi che privilegiano tessuti di raso e laminati, oltre alla dolcezza dei volti femminili: tutti elementi questi che trovano fedele riscontro in molti dipinti veronesiani realizzati dal Corona tra il 1585 e il 1590 circa.
Per esempio la pala maggiore ha forti addentellati con la “Madonna della Cintura” in Santo Stefano di Venezia dipinta nel 1590 per la confraternita dei Cinturati di quella città; oltre a richiamare le scultoree figure create dal Corona in San Giovanni Elemosinario e San Nicolò dei Mendicoli, sempre in Venezia.
Un discorso a parte va fatto per la Crocifissione, molto ammirata dagli storici locali e ricordata anche in fonti antiche. Essa è accostabile, invece, ai dipinti dell’ultimo periodo del Corona, quello propriamente tintorettesco, quando maggiore fu l’adesione del pittore ai programmi controriformisti della chiesa veneta, e perciò eseguita con l’occhio rivolto alla Crocifissione Querini di Santa Maria Formosa, oggi al museo vetraio di Murano, e ai teleri di San Fantin e dell’Ateneo Veneto, interrotti per la improvvisa morte del pittore nel 1605, lo stesso anno della consacrazione di questa chiesa.
Ricordiamo, inoltre, che questa pala di Chieti fu fatta eseguire da Girolamo Valignani dopo che era stato insignito della croce di San Giacomo, da Filippo II in persona, morto come noto nel 1598.

Visitare le contrade di Chieti

Le Contrade di Chieti

Una parte rilevante della città di Chieti è costituita dal suo contado, a testimonianza dell’importanza dell’economia agricola che sempre ha caratterizzato la sua vita. Numerose sono le contrade che la coronano, e ognuna di esse si raccoglie intorno ad una chiesetta quasi sempre intitolata alla Vergine; ma non meno interessanti sono le ville suburbane che in esse si incontrano, antiche dimore gentilizie abitate dai proprietari terrieri per la villeggiatura e per il controllo del lavoro dei campi.
Alcune fanno ormai parte del tessuto urbano, anche se hanno conservato l’antico sapore rurale, come la suggestiva Madonna delle Grazie, Madonna della Misericordia, lungo la Colonnetta, il Tricalle caratterizzato dal bel tempio quattrocentesco a pianta ottagonale, San Martino e Madonna delle Piane, ormai tutta inglobata nella moderna area industriale.
Sempre sulla Tiburtina Valeria, vicino allo stadio, s’incontra Santa Filomena, dalla facciata neoclassica, con di fronte la bella villa Mezzanotte. Ai limiti del territorio comunale, sempre verso Roma, sorge il grosso borgo di Brecciarola, raccolto intorno al “Casone” fortificato e dominato dal lungo viale alberato della proprietà Sbraccia.
Il grosso centro commerciale di Teate Center ha assorbito recentemente due altri borghi rurali, i quali, però, conservano tenacemente la loro antiche tradizioni: San Donato e Santa Maria Calvona, al cui interno si conservano importanti epigrafi tombali.
Sul versante opposto, a levante del colle teatino, sopravvivono le vivaci contrade di Santa Barbara e della Madonna del Buonconsiglio, non potendo più considerare rurali le popolose contrade della Madonna del Freddo, un tempo intitolata a Santa Maria della Neve e di Sant’Anna, antica cappella del cimitero comunale. La ridente campagna che degrada verso la valle dell’Alento in vista del massiccio della Majella è punteggiata da alcune torri quadrate, quasi tutte in buono stato di conservazione, che si rifanno al prototipo della torre vescovile. Notevoli sono la torre Anelli-Fieramosca, a ridosso dell’area cemeteriale, con bei decori in laterizio e perfetta merlatura ghibellina; più a valle la torre Martinetti-Bianchi e il torricino di Santa Barbara. Furono edificate nel sec. XV come torri di avvistamento contro le scorrerie saracene e si ricollegano a quella elevata sul colle di Ripa Teatina e all’altra della villa de Lellis nel versante del fiume Foro, proprio di fronte alla costa adriatica.
Un percorso particolarmente suggestivo, che offre scorci panoramici di grande respiro sulla città e sulla vallata del Pescara, è quello dell’antica strada per Francavilla al Mare. Un tempo lungo quest’asse si affacciavano le ville più sontuose dei proprietari terrieri della città, di cui resti notevoli esemplari, come Villa Cetti, Villa degli Ulivi, Villa Obletter e Villa de Lys-Gigli e villa Blaga.
L’architettura religiosa è rappresentata dal San Salvatore, il Carminillo e la grande parrocchia di Santa Maria de Cryptis, affiancata da un robusto campanile terminante con una cuspide a bulbo.

Visitare la chiesa di Sant’Agostino a Chieti

el mese di marzo del 1562 un furioso incendio distruggeva quasi completamente la chiesa di Sant’Agostino, uno degli edifici sacri più importanti della nostra città. Fondata nel 1300 con il titolo di Santa Caterina dall’ordine eremitico di Sant’Agostino, passò all’ordine mendicante con cambio di titolo.
Ben presto i padri agostiniani innalzarono al suo fianco un vasto monastero con annesso noviziato, emulando i potenti ordini mendicanti, celestini, francescani e domenicani, che avevano occupato i punti nevralgici del colle teatino con grandiosi conventi e solenni templi. Ormai solo il popoloso quartiere Trivigliano restava privo di presenze monastiche.
Questo rione, nato da poco per volontà degli Angioini, era ed è chiuso tra porta Pescara e porta Santa Maria, e subito vi si erano stabilite nobili e facoltose famiglie quali i Taultino, gli Henrici, i Toppi, oltre a numerosi nuclei affluiti dalle vicine contrade.
Al disastroso incendio dell’antico complesso trecentesco scamparono parte del monastero con il chiostro e i muri perimetrali della chiesa, il cui lato destro si sviluppa ancor oggi lungo via degli Agostiniani con una zoccolatura a scaglioni, secondo la pendenza del suolo, diviso in più campate e con arcatelle in cotto a sesto acuto per cornice di coronamento; tuttora si leggono distintamente sulle campate più finestre sestiacute contornate da mostrine e un largo finestrone a tutto sesto con scorniciatura in pietra.
All’interno della chiesa non dovette salvarsi nulla, né strutture architettoniche, né opere d’arte. Perciò i frati si adoperarono alacremente per la ricostruzione e ottennero che Papa Pio IV concedesse con bolla del 18 agosto di quello stesso anno un’indulgenza in forma di giubileo per spingere i fedeli a donare elemosine necessarie alla fabbrica. Le cose, però, andarono piuttosto a rilento, tanto che nel 1577 i padri si rivolsero al camerlengo della città, Gianandrea Valignani, per aiuto.
La richiesta fu accolta dal Parlamento cittadino, ma i denari arrivarono il 24 febbraio dell’anno successivo. Altre elargizioni, sempre da parte della municipalità, giunsero il 12 dicembre del 1579 e poi nei mesi di giugno e agosto del 1587, anno in cui si iniziarono i lavori di restauro. E tuttavia la fabbrica non fu ultimata ancora per decenni a causa delle difficoltà economiche e sociali in cui versava il vice-reame del XVII secolo.
Finalmente i lavori ripresero nel 1587 grazie alla generosità cittadina e alla pietà di munifici fedeli, come Isabella Griffore, che lasciò una cospicua rendita per la celebrazione di venti messe da effettuarsi nell’arco di un anno nelle cappelle di patronato della propria famiglia. E’ certo, infatti, che fino a tutto il 1685 la comunità monastica utilizzava parzialmente la chiesa, per la precisione si limitava all’agibilità della sola navata.
Più avanti si trovavano i lavori di restauro del convento, stando a quanto lascia intendere il Barone Giuseppe Toppi, la cui famiglia esercitava un antico patronato sulla cappella del Crocifisso della chiesa. In un sonetto della raccolta poetica “ Furti virtuosi al tempo ”, pubblicata a Napoli nel 1683, lamenta la morte di Agostino Vallesio, priore agostiniano, chiamandolo con enfasi “ Ristoratore e Amplificatore del quasi collasso convento della sua Religione in Chieti ”; e, gareggiando con più audaci marinisti, il Toppi scrive:

Nuove strutture meditava il saggio,
per abbellir di Agostino il chiostro,
ed al sole di quello aggiunger raggio;
Ma per toglier tal pregio al secol nostro,
perché gode al mortal di fare oltraggio,
gli troncò fil di vita invido mostro”.

Così, mentre la città vedeva sorgere nuove chiese e restaurare antichi templi, i lavori di Sant’Agostino conobbero una nuova interruzione. In quegli anni, tra il 1650 e 1l 1690, i celestini, i francescani e i domenicani andavano mutando radicalmente i loro edifici sacri; le clarisse, dal canto loro, arricchivano il loro monastero di via Arniense e provvedevano alle necessità della nuova casa che andavano edificando intorno all’antico nucleo monastico di Santa Maria e San Pietro.
Gli ordini religiosi sorti nel secolo a sostegno del programma controriformista ostentavano fresche energie, profuse peraltro in opere di carità e di intelletto, impiegando notevoli risorse economiche nella costruzione di vaste case e splendide chiese. Basti pensare ai Gesuiti e agli Scolopi o all’avventura secolare del seminario diocesano.
Sant’Agostino, invece, restò a mezza strada, con un impianto murario esterno medievale e un interno rispettoso dei canoni architettonici controriformisti, almeno per la navata, perché tutta l’area presbiteriale fu compiuta più tardi. Il nuovo secolo vide la ripresa dei lavori affidati all’ottimo Vittore Fontana, architetto lombardo che troviamo testimone per l’acqisto nel 1723 di travi da utilizzare per la fabbrica ancora rustica. Personalmente ho letto su due tratti della volta della navata la data “ 1727 ” anno della loro posa.
Otto anni dopo i padri agostiniani stipularono con lo stesso Fontana una convenzione per la ripresa della costruzione della “ nuova fabbrica, interrotta per mancanza di un saldo da parte dei monaci” . La morte prematura del Fontana obbligherà a una nuova sosta e si potrà “ perfettionare e interamente compire detta fabrica, ma con il campanile ”, nel 1735.
Questa volta l’incarico è affidato a Domenico Poma, vicino al Fontana e residente a Penne. Finalmente la chiesa si avvia alla conclusione della sua vicenda costruttiva e riceve una decorazione plastica di un certo pregio nella navata e nelle cappelle centrali che richiama gli stucchi applicati nel 1738 da Giangirolamo Rizza all’altare di San Gaetano alla Cattedrale. L’aquila bicipite spiegata sulla cantoria ci dice che tali lavori non dovettero andare oltre quest’anno, prima cioè del passaggio del regno dal Asburgo a Borboni.
Nel 1739 le cose presero un ritmo più alacre con la direzione dei lavori affidata a Berardino Boldrini e Giovanbattista Grosso (questi aveva appena finito palazzo Frigerj progettato dal Fontana).
All’architetto lombardo Michele Clerici spetta il vanto di completare la fabbrica nel 1750, quattro anni dopo aver assunto l’incarico di coprire la chiesa con “la lamia a vela al posto della tazza, ovvero cupola col lanternino”, contrariamente a quanto era stato pattuito nel primo progetto presentato dal Fontana ai padri agostiniani.
Interamente coperta, congiunti il transetto e il presbiterio con la navata, la costruzione può dirsi a tutti gli effetti compiuta, si procede perciò a decorare la volta con una stuccatura minuta e preziosa, più grossolana nell’area presbiteriale.
Nel 1751 si appone sulla facciata un portale in pietra dalle linee semplici, ma eleganti; nel 1836, in assenza dei monaci di Sant’Agostino, il cui ordine è stato sciolto per decreto napoleonico, la Confraternita dei Cinturati, ospitata nella chiesa fin dal 1708, completa la facciata con una soluzione architettonica di una certa presunzione che mal si armonizza con la angustia del vicolo su cui incombe.

VISITA ALLA CHIESA

Facciata Esterna
Completamente in laterizio, alta e stretta, è chiusa tra piatte lesene e divise da un cornicione in due ordini: su quello inferiore si apre un semplice portalino del 1751 appesantito da una banale fastigio del 1836; l’ordine superiore, raccordato all’inferiore da volute appena accennate, è quasi occupato interamente da un enorme finestrone con profondissima strombatura e coronato da un aggettante trabeazione che riprende il disegno di quella interna.

L’Interno

La prima impressione che si ricava entrando in questa chiesa è di una fredda eleganza, alquanto mitigata, tuttavia, da una decorazione in stucco molto raffinata, in contrasto con gli ideali contemplativi agostiniani, ma in sintonia con il gusto tardo-barocco della metà del secolo diciottesimo.
La pianta è a navata unica con transetto dai bracci ridotti, coperto da un finto cupolino molto ribassato e con presbiterio poco profondo. Sulla navata si affacciano due cappelle per lato riquadrate da un ordine architettonico articolato dalla travata ritmica. Una sapiente unità cromatica (nonostante interventi recenti) e il dosaggio della luce conferiscono all’insieme una nota di discreta misura sottolineata dalla preziosa stuccatura. Purtroppo inopportune ridipinture hanno ispessito la loro plasticità facendole perdere nelle parti più basse levità e grazia. Una vera prova di virtuosismo scultoreo resta la decorazione della volta che si sviluppa come un autentico merletto con motivi naturalistici o di pura fantasia, con disegni di cineserie alternati a ovati con figure di sante agostiniane.
Lungo le pareti, in alto, si allineano sei pannelli rettangolari in stucco ad altorilievo di notevole fattura, molto vicini a quelli del presbiterio di San Francesco d’Assisi; dello stesso autore è la decorazione delle cappelle centrali (potrebbe trattarsi di Giangirolamo Rizza, a cui nel 1738 Mons. Michele de Palma commette l’altare di San Gaetano nella Cattedrale). I pannelli raffigurano con movimento e buona prospettiva Santa Rita, San Tommaso da Villanova, Santa Monica e l’Angelo, Sant’Agostino e la città di Dio, San Nicola da Tolentino e San Guglielmo eremita: i santi più venerati dell’ordine agostiniano.
Particolarmente ben riuscite appaiono le sculture relative a San Tommaso e a Santa Monica, in cui si ravvisa il tema dell’Annunciazione.
La prima cappella a destra è dedicata a San Michele Arcangelo, ornata da stucchi grossolani, ma con una discreta tela firmata da Romualdo Formosa, un pittore di stretta osservanza napoletana. Molto più armoniosa è la seconda cappella, completamente stuccata dal Rizza e dedicata a San Giuseppe. Gli stucchi di questa cappella, nonostante inopportune verniciature, risultano delicati e gli ovati e i pannelli rivelano uno scultore agile e un facile narratore. L’intera decorazione narra episodi della vita di San Giuseppe: il sogno, la fuga in Egitto, l’adorazione dei Magi, la presentazione al tempio, lo sposalizio della Vergine, la visita a Santa Elisabetta, la Natività . In alto, sull’altare e sulla volta, la glorificazione del Santo.
Il pezzo forte, comunque, è costituito dalla pala raffigurante il transito di San Giuseppe , dal morbido cromatismo dorato e dal disegno magistrale. L’alta qualità del dipinto fa pensare a un buon discepolo del Giordano, forse G. B. Lama, operoso a Napoli nella prima metà del settecento.
Tutta l’area presbiteriale è stata disegnata e decorata da Michele Clerici, artista molto discontinuo che in questa opera riesce veramente scadente. Né hanno giovato all’insieme architettonico la perdita delle tele originarie dipinte per gli altari laterali, e l’abbattimento dell’antico altare maggiore. La pala maggiore, infine, tradizionalmente attribuita al pittore chietino Donato Teodoro e raffigurante la trasverberazione di Sant’Agostino è di modesta qualità, nonostante l’impegno compositivo profuso dall’autore.
Continuando la visita, incontriamo il complesso ligneo del pulpito e del confessionale congiunti in unità architettonica sobria ed efficace, quasi certamente opera di intagliatori locali. La nobiltà del manufatto ci fa maggiormente rimpiangere la perdita del coro che non poteva mancare in una chiesa conventuale.
La cappella successiva, intitolata alla Madonna della Cintura, è anch’essa opera del Rizza e si distingue per la levità della stuccatura. Sull’altare si ammira una Madonna con Bambino e Santa Monica orante, dipinta dal Teodoro nella sua fase di accostamento alla lezione di Francesco Solimena.
Infine viene la cappella del Crocifisso, stuccata in classica severità di linee in tema con il dramma del Golgota. In questa cappella è custodito un crocifisso ligneo a grandezza naturale del secolo quattordicesimo, molto simile a quello della cattedrale di Sulmona. Un sapiente restauro ne metterebbe in evidenza la forte pateticità, ridonandogli l’antico splendore.
Altre opera d’arte possiede questa antica chiesa, meno appariscenti, ma non per questo meno pregevoli, come vasi sacri d’argento e paramenti di squisita fattura, tutte opere di provenienza napoletana del XVIII secolo, ancor oggi usati nelle solenni funzioni liturgiche celebrate in questa popolosa e vivace parrocchia.

ISCRIZIONI CONSERVATE O PERDUTE DELLA CHIESA

Targa murata sul portale:

D.O.M.
TEMPLUM HOC DIVO AUGUSTINO DICATUM
PIA SODALITAS DEIPARAE CONSOLATIONIS
CUI AD SACRA PERAGENDA DATUM EST
INSTAURAVIT
ET FRONTEM UT VISITUR ARCHITECTONICO OPERE
ORNAVIT
A.D. MDCCCXXXVI

Targa posta sopra l’architrave interno della porta grande:

TEMPLUM HOC
SUMPTIBUS CONGRAGATIONIS RESTAURATUM
ANNO REPARATAE SALUTIS MDCCCXII

Targhe scomparse, un tempo a sinistra e a destra del coro:

ANNO JUBILEI MDCCL
SUB BENEDICTO XIV
COMPLETUM TEMPLUM EST HOC
SUMPTIBUS CONVENTUS
Riportate dal Ravizza nei suoi “Epigrammi”.

Visitare la chiesa di San Domenico a Chieti

Dedicata originariamente a Sant’Anna e alla Beata Vergine, la chiesa assunse il titolo attuale all’inizio di questo secolo, ereditandolo dalla demolita San Domenico insieme con molta suppellettile preziosa. La prima pietra venne posta dall’Arcivescovo Stefano Sauli, nel 1642, quattro anni dopo l’arrivo degli Scolopi a Chieti, e la sua costruzione, con vicende alterne, si protrasse fino al 1672, anno della consacrazione.
Ben due lasciti testamentari, dei coniugi Vastavigna e di Giantommaso Valignani, vennero impiegati per il grandioso complesso della chiesa e dell’annesso collegio. Come si ricava nella corrispondenza del santo lo stesso Calasanzio, fondatore dei Chierici Regolari delle Scuole Pie, ha mandato alla casa di Chieti la pianta della chiesa; è tuttavia certo che essa ricalca la planimetria di San Pantaleo di Roma, la chiesa madre degli Scolopi.
Giuseppe Toppi, letterato teatino, in un sonetto d’occasione del 1683, attribuisce l’opera al padre Angelo di San Domenico, architetto dell’ordine, al quale si dovrebbe anche il collegio. “ Al padre Angelo di San Domenico delle Scuole Pie, architetto celeberrimo del sontuoso tempio ed ammirabile loro collegio in Chieti ”. Così suona, infatti, la dedica del sonetto, ma questi ne avrebbe diretto solo i lavori.
L’impianto della chiesa è di evidente derivazione controriformista romana, a navata unica e cappelle laterali, presbiterio stretto e profondo, annunciato da un arco trionfale molto enfatico. Di ascendenza romana è anche la classica facciata in pietra, divisa in due ordini e stretta da paraste lisce e piatte. Singolare, infine, lo svelto campanile in cotto, celato per metà in epoca successiva alla sua costruzione nel palazzo del collegio.
Di grandissimo pregio risulta la decorazione dell’interno, per la maggior parte quasi sicuramente opera di G. B. Gianni, architetto stuccatore lombardo al quale dobbiamo anche la chiesa di San Gaetano, l’oratorio del Sacro Monte dei Morti e la cappella di Santa Caterina nella chiesa dei conventuali: tutte realizzate tra il 1700 e 1714, e tutte particolarmente riuscite per il morbido modellato e la sapiente composizione; qualità presente in alto grado in Sant’Anna degli Scolopi.
Un interesse vivissimo, inoltre, è dato dal discorso teologico sviluppato con rigorosa coerenza e unità in tutta la chiesa per mezzo di un gioco raffinato di dotti richiami biblici dal Nuovo al Vecchio Testamento . Ovviamente il tema è stato suggerito all’artista dai padri committenti, i quali desideravano esaltare la contitolare del tempio la Beata Vergine , vista come mezzo di salvezza, seconda Eva e, perciò, inverarsi della promessa fatta da Dio a l’uomo nel momento della cacciata dall’Eden. E’ quanto verifichiamo già nella prima cappella di destra, in cui si ammirano due pannelli laterali con le storie del figliol prodigo e la punizione di Adamo ed Eva : la severità e la misericordia, dunque; mentre sulla volta sono raffigurati il sacrificio di Isacco e la lotta di Giacobbe con l’angelo : allegoria della lotta spirituale del cristiano nel mondo, con il sostegno della fede e della fortezza scolpite sul cornicione dell’altare.
Nella seconda cappella si sottolinea maggiormente l’intellettualismo dello stuccatore come ben evidenziano i medaglioni della volta (l’uno allude alla Madonna “Ianua coeli”, l’altro quale “Foederis arca”); sulle pareti episodi della storia della sacra famiglia e al lati della pala, dedicata allo sposalizio della Vergine, due statue a grandezza naturale che coniugano sofisticatamente le somme virtù della carità e della sapienza.
Il tema portante della Vergine viene ripreso compiutamente nella cappella successiva, nella quale si ammira una aerea assunzione sulla volta tra due medaglioni con l’arca di Noè (la Chiesa), e il roveto ardente di Mosè (allegoria della incorruttibile verginità di Maria, perenne come il fuoco biblico); sulle pareti laterali l’annunciazione e la nascita della Vergine : autentiche prove di freschezza narrativa.
Il presbiterio è completamente riempito da una grande macchina barocca, lo scenografico altare in marmorino policromo, la cui raffinata eleganza è sottolineata da enormi pannelli in stucco con le figure di Sant’Antonio e San Francesco di Paola che attraversa lo stretto di Messina; sulla volta un tripudio di motivi naturalistici e una sinuosa annunciazione.
Delle cappelle del lato sinistro della navata soltanto la prima è stata decorata con dovizia di mezzi ed è dedicata a San Martino (la pala non è pertinente, ma proviene sempre dalla stessa chiesa). In essa sono narrati episodi centrali della vita del Santo Vescovo di Tours: Martino che divide il mantello con il povero infreddolito , Martino che sogna Cristo nelle vesti del povero , Martino ordinato sacerdote da Ilario di Poitiers ; nei medaglioni compaiono Mosè salvato dalle acque (prefigurazione della fuga in Egitto), il serpente di bronzo (metafora del Salvatore) e il candeliere (simbolo della fede).
Oltre a questo apparato decorativo, San Domenico (chiamiamolo pure con il nome che ormai gli appartiene di fatto) custodisce altri tesori d’alte che meritano particolare attenzione. E’ doveroso ricordare la pala di San Giuseppe Calasanzio che Giacinto Diana dipinse intorno al 1790, probabilmente negli anni in cui affrescava il salone di palazzo Martinetti-Bianchi.
Di qualità superiore è la tela del Santissimo Rosario, dipinta nel 1679 da Giacomo Farelli per la Confraternita omonima e traslata con lo splendido altare marmoreo dalla demolita chiesa dei Domenicani. In essa il Farelli, tra i più dotati allievi di Luca Giordano, ripete del maestro la sontuosa maniera compositiva e il caldo, dorato cromatismo.
Molto pregevole è anche il pulpito con intarsi in radica e dalle linee sobriamente mosse; la straordinaria somiglianza con il pulpito di San Francesco di Sulmona ci suggerisce il nome di Ferdinando Mosca quale autore dell’opera; un’ultima curiosità a proposito di questo piccolo capolavoro: il Crocifisso del balcone è sparato da un realistico pistolone, in ossequio alle regole della bizzarria barocca.
Il 5 dicembre 1740 Giovanni Zambra, priore del Consolato di Commercio della Provincia di Chieti, emette una sentenza in una vertenza tra il convento di San Domenico e il mastro falegname Giuseppe Antonio Teodoro, fratello del pittore Donato, per la fabbricazione di due confessionali, probabilmente quelli esistenti in Sant’Anna degli Scolopi, dove sono stati collocati molti effetti provenienti dalla demolita chiesa di San Domenico.
E infine, dopo aver accennato alle numerose “Madonne Vestite” venerate in questa chiesa e che sono tra le più toccanti delle tante che si conservano a Chieti, mi piace invitare i visitatori a dare un fugace sguardo alla sacrestia, in cui non sai se apprezzare più il severo arredo ligneo, le belle poste del rosario, del teatino Donato Teodoro, o la suggestiva atmosfera ricca di mistico raccoglimento.

 

Vediamo adesso i palazzi civili da visitare a Chieti:

Villa comunale

Nella villa fatta costruire dal barone Frigerj e venduta nel 1864 al comune di Chieti hanno trovato sede il Museo archeologico nazionale d’Abruzzo[25][26], nello stabile neoclassico, mentre l’enorme giardino è diventato il principale parco pubblico di Chieti, ricco di alberi secolari, fontane, terrazzamenti panoramici sulla città e verso il monte Majella.
Composta da più livelli terrazzati, la parte più a monte, vicino al museo, è composta da un giardino all’italiana da un lato ed una piccola foresta dall’altro; nel terrazzamento intermedio giardino all’italiana ed una fontana monumentale, a valle le passeggiate tra il verde ed i laghetti illuminati, con camminamenti e ponti di pietra, ed una piccola penisola per mini spettacoli circondati dall’acqua. Al centro il piazzale Mazzini con la fontana monumentale e gli archetti con panchine che fanno mostra di fronte all’ingresso principale. Lungo il viale si trova il Monumento ai Caduti della Guerra 1915-18 realizzato dallo scultore Pietro Canonica ed inaugurato il 19 giugno 1924. La villa è adiacente ad altre due grandi zone verdi, recintate, l’area dell’ex ospedale militare e quella del Pontificio seminario regionale san Pio X. La Villa comunale di Chieti[27] è stata insignita del riconoscimento di “meraviglia italiana” dal Forum nazionale dei giovani, partner della Presidenza del Consiglio dei ministri, della European Youth Forum e dell’Agenzia nazionale per i giovani.

Palazzo Fasoli

Situato in largo Gian Battista Vico, fu rimaneggiato negli anni trenta e conserva dell’antica struttura i balconi del piano nobile. Questi ultimi, dalle decorazioni in pietra come anche per il portale, sono caratterizzati dalle capricciose cimase in stile rococò che li sormontano. Il resto del prospetto è interamente intonacato nella tonalità del rosso pompeiano[28].

Palazzo della Banca d’Italia

La sua facciata curvilinea si affaccia su piazza Valignani, sul luogo in cui in passato era presente il palazzo gentilizio dell’omonima famiglia di Vacri. La sua edificazione fu imposta nel 1913 a causa del cedimento di un pilastro delle sottostanti cisterne sotterranee romane[29].

Palazzo della direzione generale della Nuova Cassa di Risparmio di Chieti

Dalla piccola facciata di gusto classico, fu progettato per accogliere una sede istituzionale in seguito all’unità d’Italia e presenta un finto pronao corinzio del XX secolo[29].

Palazzo della camera di commercio

Dapprima palazzetto delle corporazioni, risale agli anni trenta ed è ispirato ai palazzi comunali del medioevo italiano, in particolare per la presenza di una torre al centro del propetto principale. Il progetto dell’architetto Camillo Guerra consisteva in un edificio eclettico, che attingeva dal rinascimento romano per quanto concerne le finestre del secondo piano, dall’abbazia di San Clemente a Casauria per il portico del pian terreno e dal palazzo della Santissima Annunziata di Sulmona per le finestre del primo piano. Caratteristici sono anche gli elementi decorativi che rimandano al regime fascista, come l’aquila imperiale poggiante su una testa di Mercurio, dio del commercio. Il cornicione è sorretto da beccatelli sotto il quale trovano collocazione ceramiche policrome sulle professioni praticate nella regione[29].

Palazzo OND

Esempio di architettura fascista, progettato anch’esso da Camillo Guerra, venne edificato come sede dell’Opera nazionale del dopolavoro e voleva celebrare il regime con i suoi lineamenti emblematici, grazie ai fasci che svettano in altezza dall’edificio. Conservò le sue funzioni originarie anche nel dopoguerra, ospitando per anni il cinema dell’ENAL, poi Gardencine, sale da biliardo, una scuola materna ed una palestra[29], prima di essere destinato a sede del Museo di storia delle scienze biomediche dell’Università Gabriele d’Annunzio.

Palazzo Majo (o de’ Mayo)

Con la sua mole, l’edificio si impone su corso Marrucino. Il primo nucleo del complesso risale al XVI secolo. In seguito la famiglia di banchieri Costanzo condusse nel XVIII secolo una massiccia opera di rimaneggiamento. Con i marchesi Majo vi fu un grande restauro, nell’ultimo decennio del XVIII secolo, che conferì all’edificio un forte richiamo verso le ville napoletane di questo periodo. L’ultimo restauro, tra fine novecento e primi del duemila, è opera dell’ultima proprietaria, la Fondazione CariChieti, che ha destinato il palazzo, oltre che a propri uffici, a museo e centro culturale. Il fianco destro del palazzo è punteggiato da una lunga serie di finestre intervallate da lesene e dispiegate su due livelli, mentre sulla piazzetta Martiri per la libertà è presente un monumentale portale in pietra del Settecento, anche se la rosa in ferro battuto che sovrasta il portone e che reca il monogramma dei Majo è successiva. Il prospetto principale è preceduto da un cortile, sul cui cornicione sono disposti dei busti marmorei. Caratteristica peculiare del palazzo è l’altana con i tetti a pagoda, memore del gusto esotico settecentesco, così come singolare è l’anemometro a forma di cicogna posta sul tetto centrale[30].

Palazzo del tribunale

Affacciata alla piazza principale della città, piazza San Giustino, il tribunale è stato storicamente situato vicino alla cattedrale e al municipio a simboleggiare i massimi poteri cittadini. Anticamente sede della Regia udienza, a fine ottocento cambiò il suo aspetto architettonico e assunse le attuali connotazioni neogotiche. Negli anni ottanta del XX secolo la struttura fu ampliata, a discapito della vicina porta a tre archi che dovette cedere il posto. Il portico del piano terra si interrompe al centro, dove il balcone centrale origina un avancorpo con arco a sesto acuto cinto da una balaustra lapidea[29].

Palazzo Toppi

Situato nel rione Trivigliano, è dominato da una torre trecentesca con merlatura, tra i pochi esempi di architettura medievale a Chieti e unico esempio rimasto di torre costruita per difendere un palazzo nobiliare, oltre a quella del palazzo arcivescovile. In seguito a un incendio subito a seguito dei tumulti cittadini del 1647, fu quasi completamente ricostruito agli albori del Settecento. Il palazzo si sviluppa su Porta Pescara e conserva un ampio portale a bugnato liscio, che conduce ad una scalinata monumentale. La facciata è stata ristrutturata nel XIX secolo per ospitare al piano terra locali commerciali. Il portale d’ingresso da via dei Tintori è l’unico elemento superstite della struttura rinascimentale antecedente il 1647. Le sue bugne sono tagliate a punta di diamante e ornate da incisioni con motivi floreali. Sulla volta ribassata dell’androne campeggia uno stemma dei baroni Toppi affrescato. Lo scalone è a doppia rampa, con colonne doriche e stucchi plastici monocromi del XVIII secolo[30].

Palazzo Martinetti Bianchi

Si affaccia su via de Lollis e fu eretto dai padri gesuiti. Con la soppressione della Compagnia di Gesù il palazzo passò prima alla famiglia Franchi, poi ai marchesi Martinetti Bianchi. L’accesso presenta un fornice estremamente alto, ed è il portale più ampio tra palazzi teatini. Può inoltre vantare delle monumentali ante in legno e una rosta sempre dello stesso materiale che reca il monogramma in rilievo dell’ultima famiglia possidente. La facciata è scandita da due ordini di balconi e finestre disposte in modo regolare. Nell’androne è presente una guardiola per il controllo dell’accesso, mentre il soffitto reca l’arma della famiglia, che come attesta il biscione visconteo era di origine lombarda. Attorno al cortile si articola su tre lati un porticato. L’appartamento di rappresentanza del palazzo, con decori tardo-settecenteschi, fu commissionato al pittore Giacinto Diano dai Franchi, nel 1796. Le scene che l’artista napoletano realizzò riguardano la mitologia e in particolare la favola di Psiche accolta da Giove nell’Olimpo. Attualmente ospita il Museo d’arte Barbella[30].

Palazzo De Pasquale

Situato nel rione Trivigliano, fu la residenza dei conti Siciliani d’Alaneto. Venne costituito dall’accorpamento nel XVIII secolo di più edifici acquistati nel tempo. Le finestre possiedono semplici cornici in stucco nel primo piano, mentre le cornici delle finestre e balconi del secondo piano sono riccamente decorate. Gli ambienti entro cui sono contenute le rampe dello scalone sono coperti da volte a crociera a cupola emisferica, sostenute da colonne ioniche. Prima di essere destinato a uffici comunali e di aziende municipalizzate, è stato sede della Facoltà di Farmacia dell’Università di Chieti e Pescara[31].

Esedra della pescheria

Con la sua forma a ventaglio, l’esedra della pescheria ricorda un mercato di età classica. Gli ambienti destinati ai venditori di pesce e carne sono preceduti da un colonnato dorico. Il soprannome lu ricchiappe è dovuto al fatto che in passato in questa piazzetta aveva termine la corsa dei barberi, un antico palio a cui prendevano parte cavalli senza fantino, che vi giungevano dopo aver percorso a galoppo, in salita, via padre Alessandro Valignani e via Arniense[28] (da ciò il locale proverbio dialettale “lu cavalle ‘bbone s’ ved’ a lu ricchiappe” in quanto lo spettatore del palio poteva identificare cavallo o il proprietario vincente solo conoscendo l’addetto al recupero dell’animale).

Palazzo De Sanctis-Ricciardone

Fu generato da un accorpamento nella seconda metà del XVIII secolo di più case precedenti e presenta una cappella annessa. L’appartamento nobile si snoda attorno ad una scalinata monumentale a doppia rampa con pianta ellittica e sovrastata da un cupolino e accoglie attualmente il Circolo degli amici[31].

Palazzo Zambra

Con le sue linee barocche è frutto di una ristrutturazione del secondo Settecento operata dalla famiglia Zambra, mercanti provenienti della Lombardia. È caratterizzato da una bicromia rosso e gialla e da un portale in pietra a tutto sesto entro una cornice in stucco mistilinea ed è delimitato agli angoli da paraste arrotondate. La peculiarità del portale di questo palazzo, rispetto agli altri della città, è che insieme con la finestra e il balcone che lo sormontano costituiscono un unico corpo aggettante. Oggigiorno è sede della Sovrintendenza archeologica degli Abruzzi[31].

Palazzo Lepri (già Monaco La Valletta)

Posto a ridosso della chiesa della Santissima Trinità, era la villa suburbana degli omonimi marchesi, ma in origine la proprietà fu della famiglia Humani, a cui si deve l’erezione del vicino luogo di culto. Il principale elemento dell’edificio è l’alta terrazza che si affaccia lungo via Vernia, testimonianza della natura di questo palazzo come villa fuori città, mentre l’interno venne decorato nel XVIII secolo su commissione degli Humani e nel XIX secolo su commissione dei Monaco La Valletta, che ereditarono la struttura in seguito al matrimonio di Maria Maddalena Humani con Domenico Monaco La Valletta. Gli affreschi del salone principale sarebbero riconducibili al pittore teatino del XIX secolo Raffaele Del Ponte[31]. Alla fine del XIX secolo il palazzo passò in proprietà alla famiglia romana dei marchesi Lepri per il matrimonio di Maria Maddalena Monaco La Valletta con Carlo Ambrogio Lepri.

PERSONAGGI ILLUSTRI DI CHIETI

EPOCA ROMANA

Asinio Pollione
(I secolo a.C.) – Letterato e Politico

Amico di Cesare, Cicerone, Virgilio ed Augusto, fu personaggio di spicco nella Roma del I secolo.  Valente condottiero trionfò in Dalmazia, ma fu stimato soprattutto come poeta, oratore e storico; purtroppo delle sue opere non restano che pochi frammenti, che non lasciano comprendere la grande considerazione di cui godette al suo tempo.  Fu console romano e morì ottantenne, vivendo un’esistenza molto operosa impegnato culturalmente in prima persona: a lui si deve la fondazione della prima biblioteca pubblica nella capitale e contemporaneamente una continua cura per la sua città natale.

Lusius Storax
(I secolo d.C.) – Magistrato cittadino

Illustre magistrato teatino, è ricordato soprattutto come grande mecenate per aver egli fatto costruire l’anfiteatro recentemente tornato alla luce.  La sua effigie, una testa marmorea di squisita fattura, ritrovata, negli anni 30,  presso Santa Maria Calvona, decorava il suo monumento funebre eretto in forma di tempietto con timpano scolpito in altorilievo e raffigurante i ludi gladiatori eseguiti per l’inaugurazione dell’anfiteatro.  Il monumento, preziosa testimonianza storica ed artistica della Teate imperiale, è stato ricomposto nel Museo nazionale Archeologico degli Abruzzi.


MEDIOEVO

Frate Illuminato da Chieti
Teologo e Predicatore (sec. XIII)

Eminente rappresentante dell’ordine dei Frati Minori, fu segretario del Generale dell’ordine Elia da Cortona; eletto provinciale dell’Umbria, fu noto per le sue doti di predicatore.  Concluse la sua esistenza terrena come vescovo di Assise dal 1273 al 1281.

Conte Simone da Chieti
Condottiero (sec. XIII)

Assurse a grande fama durante il regno di Federico II che lo utilizzò in molte imprese militari.  Come narra nella sua cronaca Riccardo da San Germano, Simone salvò Ravenna da un assedio con un’armata di 500 uomini e liberò Viterbo da un lungo assedio nel 1243 per volontà dell’imperatore.

Bertrando de Turre
(Chieti ? – Avignone 1334) – Teologo

Fu amministratore generale dell’ordine dei Frati Minori e arcivescovo di Salerno; per la sua grande sapienza teologica fu creato cardinale con il titolo di Tuscolo.  Autore di molte opere filosofiche, visse a lungo alla corte pontificia di Avignone, dove morì nel 1334.


SECOLO XV

Nicoletto Vernia
(Chieti 1420 – Vicenza 1499) – Filosofo

Studiò a Venezia e a Padova dove ricoprì anche una cattedra universitaria, insegnando le teorie neo-aristoteliche.  Maestro di teologia, ebbe per discepolo il Pomponazzi che diresse nella lettura delle opere di Averroè.  Ha lasciato un importante inedito con commento delle opere di Aristotele.  Le sue ceneri riposano nella chiesa dell’Ospedale Civile di Vicenza.

Colantonio Valignani
(Chieti ? – 1487) – Vescovo

Discendente della più illustre famiglia aristocratica teatina, fu ambasciatore della corte aragonese presso la Repubblica di San Marco per oltre vent’anni.  Consacrato vescovo, illustrò la chiesa teatina con zelo e amorevole mecenatismo.  Si deve a lui una delle tante ristrutturazioni della cattedrale di San Giustino che ornò di suppellettile liturgica e opere d’arte come lo splendido calice fatto realizzare a Venezia.  Restaurato il palazzo episcopale, gli affiancò nel 1470 la poderosa torre in laterizio coronata di merli, quale simbolo del potere feudale sulla città.

Antonio Solario detto Lo Zingaro pittore
(Chieti 1382 – 1455) – Pittore

Molte città si contendono l’onore di aver dato i natali a questo illustre artista.  Nel secolo scorso Ravizza ha condotto un’appassionata difesa di Chieti quale città natale di Antonio Solario, contro eruditi napoletani e veneti.  Avviato giovanissimo all’arte del pennello, si affermò ben presto come ottimo frescante.  Di lui restano pochissime prove a Chieti, e nessuna di certa attribuzione; Napoli, invece, vanta numerose sue opere e un ciclo intero di affreschi nella chiesa dei Santi Severino e Sossio.  L’appellativo di “Zingaro” gli deriva dal fatto di aver molto girato per le province meridionali al seguito del padre, attivo fabbro e lavoratore del rame.

Giampietro Carafa (Papa Paolo IV)
(Sant’Angelo della Scala 1476 – Roma 1559) – Pontefice

Della nobilissima famiglia Carafa di Napoli, ricca di alti prelati, fu vescovo di Chieti e poi arcivescovo dal 1504 al 1536.  Salito al soglio pontificio nel 1555 col nome di Paolo IV, fu fervente animatore della riforma cattolica con i Santi Filippo Neri, Ignazio di Lojola e Gaetano Thiene, con il quale fondò l’ordine dei Chierici Regolari della Provvidenza, detti teatini in onore della sua antica sede episcopale.  Sempre legato alla città di Chieti, dotò la sua chiesa di molta suppellettile preziosa.


SECOLO XVI

Padre Alessandro Valignani
(Chieti 1539 – Macao 1606) – Missionario

Dopo aver studiato legge a Padova, questo illustre rampollo della famiglia dei Valignani prese l’abito cappuccino per entrare subito dopo nell’ordine gesuitico.  Animato da grande zelo missionario, percorse indefessamente l’estremo oriente, fondando collegi in India, in Cina e in Giappone.  Da questo paese accompagnò una storica ambasceria di giovani nobili nipponici nella Roma di Papa Gregorio XIII.  Sensibile ai valori culturali curò la diffusione della stampa e continue relazioni tra il mondo cattolico e quello orientale.

San Camillo de Lellis
(Bucchianico 1550 – Roma 1614) – Santo

Discendente di una famiglia di soldati al servizio della Spagna, condusse da giovane una vita dissipata.  Convertitosi a 25 anni, entrò dapprima nell’ordine dei Cappuccini.  Ne uscì quando, giunto a Roma dove svolse un’intensa azione di carità a favore degli ammalati, fondò un ordine che prese il nome di Chierici Regolari degli Infermi.  Riformò il sistema ospedaliero nel mondo cattolico, sempre presente ovunque ci fosse bisogno di fraterna sollecitudine cristiana.  Fu canonizzato da Papa Benedetto XV e Leone XIII lo proclamò patrono degli ospedali.  Il santuario dedicatogli dalla sua città natale, in cui si venera una preziosa e miracolosa reliquia, richiama ogni anno folle di fedeli in occasione dell’anniversario della sua morte (14 luglio).

Muzio Panza
(Penne 1565 – 1628) – Medico, Umanista

Formatosi a Perugia e a Roma, dove conseguì la laurea in medicina nel 1588, fece ritorno nella nativa Penne, nella quale svolse un’intensa attività culturale.  Nel 1595 fu nominato medico condotto a Chieti, ove si dedicò a profondi studi di ricerca storica pubblicati per i tipi di Isidoro Facij, una delle più antiche tipografie d’Italia.


SECOLO XVII

Lucio Camarra
(Chieti 1596 – Roma 1656) – Giureconsulto

Avviato fin dalla tenera età negli studi umanistici, si impossessò egregiamente del latino e del greco.  Trasferitosi a Roma si dedicò molto anche alla ricerca storica, soprattutto quella riguardante i reperti archeologici della nativa Teate.  Ci restano di Camarra molte opere di natura giuridica, ma quel che più interessa Chieti è il “Teate Sacrum”, un importante manoscritto fondamentale per la conoscenza della storia cittadina.  Altra opera degna di rilievo è il “De Teate Antiquo Marrucinorum in Italia Metropoli”, pubblicato nel 1651.

Nicolò Toppi
(Chieti 1607 – Napoli 1681) – Storico

Appartenente ad una delle più antiche famiglie patrizie chietine, si rifugiò a Napoli in seguito all’incendio del suo palazzo causato dai tumulti del 1647.  Nella capitale si applicò in importanti ricerche d’archivio che lo pongono a più alto livello tra gli storici meridionali.  Raccolse manoscritti e iscrizioni lapidarie delle province napoletane e la sua “Biblioteca Napoletana ed Apparato agli Uomini Illustri in Lettere di Napoli e del Regno”, pubblicato nel 1660, è una delle fonti bibliografiche più preziose per la storiografia meridionale.

Girolamo Nicolino
(Chieti 1604 – 1665) – Storico, Giurista

Compiuti gli studi legali con la laurea conseguita in Ascoli Piceno, si recò a Napoli per un maggior perfezionamento della sua preparazione.  Ad appena 19 anni, tornato a Chieti, fu nominato giudice delle prime cause, ma esercitando con onore anche in altre città d’Abruzzo, specialmente in Teramo.  Grazie ad una assoluta conoscenza dei documenti relativi alle vicende giuridiche, politiche ed ecclesiastiche della sua città, poté pubblicare nel 1657 la “Historia della Città di Chieti”, fondamentale punto di partenza di ogni ricerca storica teatina.  La sua esistenza fu totalmente caratterizzata dall’amore per la sua patria, ciononostante fu spesso amareggiata da aspri contrasti con la famiglia Toppi.  Le sue ossa riposano nella cappella di famiglia nella chiesa di San Francesco al Corso.


SECOLO XVIII

Ferdinando Galiani
(Chieti 1728 – Napoli 1787) – Economista

Nato a Chieti dove il padre ricopriva la carica di regio auditore, ancora infante fu portato a Napoli sotto la tutela dello zio Celestino, abate generale dell’ordine dei Celestini.  Aveva appena 23 anni quando diede alle stampe il trattato “Della Moneta”, testo fondamentale per l’economia moderna.  Dal 1759 al 1769 fu segretario dell’ambasciata napoletana presso la corte di Parigi, divenendo il protagonista della società galante del tempo grazie ad una prodigiosa cultura e a una non comune arguzia.  Amico di Diderot e di molti altri filosofi illuministi, tenne con loro un interessante epistolario quando fece ritorno a Napoli.  Di intelligenza versatile, curioso di tutte le arti e le scienze, fu anche letterato finissimo.  Di lui rimangono il trattatello sul “Dialetto Napoletano”, un vocabolario del medesimo dialetto, e il brillante libretto “Socrate Immaginario”, musicato da Paisiello.

Federico Valignani
(Chieti ? – Torrevecchia T.na 1754) – Letterato, Politico

Appartenente alla più ragguardevole famiglia teatina, Federico Valignani mostrò fin dalla più tenera età grandi doti intellettuali e perciò i genitori gli fecero coltivare accurati studi umanistici presso i collegi più celebrati del regno.  Divenuto papa col nome di Innocenzo XIII un suo zio, ottenne importanti incarichi, dopo aver visitato le principali corti europee.  Nel 1720, ritiratosi a Chieti, fondo la colonia arcadica cui furono accolti le intelligenze più vive e aggiornate della Chieti del tempo.  Si deve a Federico Valignani il restauro di molti edifici presenti nelle proprietà di famiglia, tra cui la torre di Cepagatti, feudo marchionale; la villa di Torrevecchia Teatina concepita secondo criteri classicistici; e il palazzo di Chieti.

Saverio Selecchy
(Chieti 1703 – 1788) – Musicista

Nato da una modesta famiglia di artigiani, prese l’abito talare, divenendo maestro di cappella della cattedrale di San Giustino.  Per oltre quarant’anni ricoprì questo incarico componendo oratori sacri, cantate, inni e messe per la chiesa teatina, soprattutto in occasione delle feste liturgiche per il Santo Patrono.  La sua fama, però, è legata al “Miserere” concepito per la Processione del Venerdì Santo della sua città.  Il toccante brano musicale è ancor oggi eseguito da numerosi musicisti e cantori al seguito della sacra rappresentazione.

Donato Teodoro
(Chieti 1699 – 1779) – Pittore

Con Domiziano Vallarola e Paolo Gamba è il più famoso pittore abruzzese del secolo XVIII.  Molto operoso e dotato di una sbrigliata fantasia, ha lasciato tele e affreschi in numerose chiese dell’Abruzzo.  Formatosi alla scuola dei decoratori napoletani, in primo luogo Luca Giordano e Francesco Solimena, ne ha tradotto in termini talvolta provinciali il dettato artistico.  Importanti testimonianze dell’arte di Donato Teodoro si ammirano nel duomo de L’Aquila, a Lanciano, a Colledimezzo, Campli e, soprattutto, a Chieti; nelle chiese della Trinità e della Civitella.  Bozzetti interessanti di questo pittore sono conservati nel museo d’arte Costantino Barbella.

Abate Giovan Antonio Nolli
(Chieti ? – 1792) – Prete

Fatto canonico della cattedrale di Chieti, discendente di una delle famiglie più cospicue d’Abruzzo, è giusto ricordarlo non perché si sia fatto onore negli studi o nel campo dei pubblici uffici, ma perché, uomo di grande carità, si è mostrato uno dei più grandi filantropi della storia cittadina.  Egli, infatti, a proprie spese e con l’aiuto dei suoi concittadini ha restaurato dalle fondamenta l’antico ospedale dell’Annunziata, dotando Chieti di un efficiente luogo di sollievo per i sofferenti dell’intero territorio teatino.

Giovanni Antonio Santarelli
(Manoppello 1758 – Firenze 1826) – Incisore

Figlio di poveri agricoltori, si trasferì ancora fanciullo a Chieti per apprendervi i rudimenti dell’incisione.  Si mise in luce con i ritratti incisi su cammei di alcuni aristocratici teatino, tra cui il marchese Romualdo de Sterlich.  Raggiunta Roma nel 1785, vi aprì bottega con il favore di Antonio Canova e del Pickler.  Ammirato da Elisa Baciocchi Bonaparte, passò a Firenze per la quale eseguì numerose medaglie degli artisti più celebri del medioevo e del rinascimento italiano.  Coronò la sua carriera con l’onorificenza della Legione d’Onore conferitagli dal governo francese.


SECOLO XIX

Nicola de Laurentiis
(Chieti 1783 – 1832) – Pittore

Fin dalla prima adolescenza Nicola de Laurentiis mostrò di essere particolarmente versato nella pittura, anche se non trascurava le lettere classiche.  Fatti i primi studi nel collegio di Frascati, li completò a Chieti presso gli Scolopi.  Inviato a Napoli, quindi, incontrò con soddisfazione gli artisti più in voga in quella città.  Ma fu a Roma che apprese veramente l’arte del dipingere nello studio del Camuccini, il principe dei pittori neoclassici.  Stimato dalla corte borbonica, lasciò a Napoli diverse opere che ancora si ammirano nei musei dell’antica capitale.  A Chieti testimonia il livello artistico da lui raggiunto la bella “Adorazione dei Pastori” che si ammira nella cattedrale di San Giustino.

Filippo Rega
(Chieti 1761 – Napoli 1833) – Incisore

Filippo Rega con Antonio Santarelli è considerato il più geniale incisore del suo tempo.  Autore di ritratti di molti personaggi illustri dell’epoca, incise monete per la Casa di Borbone e per Gioacchino Murat.  Importanti musei d’arte d’America e d’Europa conservano sue opere, ricordandone l’illustre magistero esercitato nelle accademie napoletane.

Pasquale de Virgiliis
(Chieti 1810 – Torino 1876) – Scrittore

Dopo i primi studi presso gli Scolopi di Chieti, Pasquale de Virgiliis conseguì la laurea in giurisprudenza nell’università di Napoli.  Più attratto dalla letteratura che dalle leggi, si fece conoscere come sensibile traduttore delle opere di Byron.  Protagonista nei tumultuosi eventi che videro la caduta del regno borbonico, fu eletto intendente di Teramo, mentre collaborava assiduamente alle più importanti riviste letterarie dell’epoca.  Ci restano di de Virgiliis molte opere, tra cui vanno ricordate soprattutto “Una notte a Venezia” e “Una gita sul Gran sasso d’Italia”.

Costantino Barbella
(Chieti 1852 – Roma 1925) – Scultore

Amico di Michetti, Scarfoglio e Tosti, fu protagonista con altri celebri abruzzesi del famoso cenacolo di Francavilla al Mare.  Apprese i rudimenti dell’arte scultorea a Napoli, ma ben presto fece ritorno a Chieti per aiutare la famiglia indigente.  Si fece conoscere come artista sensibile e acuto osservatore della realtà nel mondo romano, dove ebbe celebri e generosi committenti.  Oggi molte sue opere sono esposte nei più famosi musei del mondo e la sua città natale gli ha intitolato un museo con una ricca rassegna delle sue prove plastiche.

Giovanni Chiarini
(Chieti 1849 – Etiopia 1879) – Esploratore

Compiuti gli studi liceali a Napoli, successivamente si dedicò alla matematica e alle scienze naturali e mosso da sincera passione per le ricerche geografiche effettuò numerose escursioni.  Nel 1876 acclse l’invito dell’esploratore Antonio Cecchi che stava organizzando una spedizione scientifica in Africa orientale.  Con lui percorse buona parte dell’Etiopia studiandone usi, costumi e particolarità geografiche.  Fatto prigioniero da una tribù selvaggia, morì a Cialla nel Ghera.  Ha lasciato una relazione alla “Società Geografica Italiana” di notevole importanza scientifica.

Raffaele Del Ponte
(Chieti 1813 – 1872) – Pittore

Fu avviato all’arte dalla famiglia che, riconosciuta la sua attitudine naturale, lo inviò giovanetto a Napoli presso lo studio dello scenografo Antonio Nicolini.  Tornato in Abruzzo, fu operosissimo sia per quanto riguarda temi religiosi, sia nella natura morta, nei bozzetti scenografici e nella decorazione di dimore gentilizie, non trascurando illustrazioni per libri e riviste.  La sua opera più importante a Chieti resta il vasto pannello rappresentante l’Assunta nella volta della chiesa di Santa Chiara.  Ma toccano maggiormente la sensibilità dei cittadini i grandiosi simboli che accompagnano la processione del Venerdì Santo, disegnati da Del Ponte nel 1854.  Gli amici e gli estimatori lo hanno commemorato dopo la morte con uno splendido obelisco di pietra calcarea elevato nel cimitero comunale.

Francesco Paolo Marchiani
(Ortona 1822 – Chieti 1891) – Pittore

Trasferitosi dalla nativa Ortona in Chieti, vi aprì un attivissimo studio di litografia che produsse per la seconda metà dell’ottocento splendide stampe con vedute realistiche, ma sognanti della patria d’elezione.  Valente pittore, seguì il gusto del suo tempo, senza assurgere a livelli elevati; tuttavia fu esperto maestro e alla sua scuola mosse i primi passi Francesco Paolo Michetti.  Alle loro mani sono da attribuire le chiare tele conservate nella chiesetta di Ognissanti.  Anche due figli di Marchiani seguirono le orme paterne, conseguendo ottimi risultati, soprattutto Enrico che ha lavorato in molte chiese cittadine.

Giuseppe Persiani
(Gessopalena 1827 – Chieti 1899) – Musicista

Giunto a Chieti con la famiglia nel 1838, iniziò gli studi nel Real Liceo; ma, poiché mostrava particolare attitudine per la musica, il padre, il barone Andrea, lo tenne per 5 anni nel conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli.  Il giovane Persiani si mise presto in luce con marce, composizioni sacre e profane e nel 1860 riscosse un grande successo un suo inno composto in onore di Vittorio Emanuele II, primo re dell’Italia unita.  Seguì a questo un altro inno in omaggio a Giuseppe Garibaldi.

Vincenzo Zecca
(Chieti 1832 – 1915) – Scrittore

Uomo di profonda e multiforme cultura, Vincenzo Zecca dedicò inesauste energie allo studio della storia patria, pubblicando sui più svariati argomenti relativi alle vicende cittadine.  La biblioteca provinciale A.C. de Meis custodisce moltissimi suoi manoscritti e due libricini di notevole importanza per la storia abruzzese: “La Storia della Chiesa del Convento di San Domenico”, abbattuti nel 1912; un’esauriente cronaca dei Celestini in Abruzzo; e la storia completa dell’abbazia di San Giovanni in Venere.

Smeraldo Zecca
(Chieti 1858 – 1925) – Politico

Valente uomo di legge e appassionato politico, fu sindaco, presidente del consiglio provinciale e deputato al parlamento.  Amministratore probo e capace, fu universalmente stimato anche per le non comuni doti di signorilità, riconosciutegli pubblicamente dagli stessi avversari politici.  Sensibile alla cultura e alla storia della città, nel rispetto dell’opera paterna, fu protagonista della società cittadine del tempo, facendosi promotore di molte iniziative sul piano politico e culturale.

Cesare de Laurentiis
(Chieti 1865 – Firenze 1927) – Storico

Cesare de Laurentiis illustrò la sua città natale con un’instancabile e appassionata ricerca delle memorie teatine.  Autore di numerosi e pregevoli lavori sulla storia antica e moderna di Chieti, ha lasciato alla biblioteca provinciale una messe infinita di quaderni manoscritti, utili strumenti per ogni studioso attento alle cose patrie.  Più volte sindaco, profuse energie e beni personali per la valorizzazione della città.

Federico Salomone
(Chieti 1825 – Napoli 1884) – patriota

Fervente garibaldino, partecipò alle guerre di indipendenza in odio ai Borboni.  Dopo il sessanta, fatto colonnello, rimase legato alle imprese garibaldine, ricevendo pubbliche lodi dall’eroe di Caprera.  Concluse la sua esistenza politica come deputato al parlamento, dal 1865 al 1880, venendo eletto nei collegi di San Demetrio ne’ Vestini e di Città Ducale.

Augusto Pierantoni
(Chieti 1840 – Roma 1911) – Politico, Giurista

Docente di diritto costituzionale e di diritto internazionale nell’università di Modena, di Napoli e di Roma, fondò con il suocero Pasquale Stanislao Mancini il grande istituto di diritto internazionale.  Fu consigliere della corte dell’Aja, fu deputato al parlamento e senatore del regno.  Dopo la caduta di Napoleone III stilò un famoso memorandum per rivendicare la riannessione di Nizza e Savoia all’Italia.

Gianvincenzo Pellicciotti
(Gessopalena 1820 – Chieti 1863) – Poeta, Patriota

Poeta, pubblicista e patriota, Gianvincenzo Pellicciotti fu protagonista di un’intensa vita culturale nella Chieti risorgimentale.  Fondò molte periodici che, per la persecuzione borbonica, ebbero vita breve: “La Majella” e “Monte Amaro”.  Subì per le sue idee liberali il carcere e l’interdizione dall’esercizio della sua professione di medico; ma, dopo l’unità d’Italia, ebbe pubblici riconoscimenti e riuscì ad imporre nella vita politica cittadina moralità e serietà d’impegno.

SECOLO XX

Giuseppe Mezzanotte
(Chieti 1855 – 1935) – Scrittore

Iniziò la sua carriera di scrittore nell’atmosfera verista della Napoli fine ottocento, dove si strinse d’amicizia con Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.  Collaboratore dei più importanti periodici napoletani, fu a Chieti, però, che espresse la vena più genuina della sua ispirazione poetica.   Nella sua città natale, infatti, scrisse alcune delle sue liriche più belle e i romanzi: “La tragedia di Senarica”, “Checchina Vetromile” e “Setta degli Spettri”.  Per l’editrice Sonzogno pubblicò l’insuperata monografia storica “Chieti Città Aerea”, della serie “Le Cento Città d’Italia”.

 

 

 

* alcune informazioni su cosa visitare a chieti provengono da diversi siti online poi rielaborate.

Categorie
Viaggiare in Italia

Vacanze a Lecce: 3 motivi per fare una partita a golf

Per quale motivo può essere un ottimo suggerimento quello di fare una partita a golf se si trascorre una vacanza a Lecce e nella sua provincia?

Non è affatto raro che i turisti che scelgono il Salento per la loro vacanza, che si tratti di un soggiorno lungo o di un semplice week-end scelgano di giocare a golf, anche laddove non si siano mai cimentati con questo sport.

Vediamo dunque quali sono i 3 principali motivi perché un’esperienza di questo tipo è vivamente consigliata a chi raggiunge questo lembo di Puglia così gettonato sul piano turistico.

Perché nel Salento è presente un campo da golf di livello top

La prima ragione è rappresentata dal fatto che questi campi da gioco non sono particolarmente consueti in Italia, di conseguenza soggiornare in una località in cui sono disponibili strutture di questo tipo non è un qualcosa che capita abitualmente.
La provincia leccese, appunto, offre questa possibilità, di conseguenza tra i tantissimi svaghi che è in grado di proporre rientra anche il gioco del golf.

Nel Salento è presente un campo da golf invidiato dai golfisti di tutta la nazione, un campo a 18 buche minuziosamente curato e progettato da una realtà leader nel settore a livello internazionale, dunque disputare una partita su questo campo, anche laddove non si abbia esperienza, non può che essere un’esperienza magnifica. Qui si possono trovare tutte le info a riguardo: www.acayagolfclub.com .

Per godere a pieno della proverbiale natura salentina

Un buon campo da golf, affinché possa definirsi tale, non solo deve essere progettato con grande rigore e deve essere adeguatamente manutenuto, ma deve anche sorgere in un contesto naturale piacevole e riposante.

Da questo punto di vista il Salento è assolutamente una garanzia: in queste zone della Puglia sono presenti tanti ampi tratti di natura incontaminata, degli spazi di verde che meritano di essere vissuti a pieno e che si prestano in modo davvero perfetto ad ospitare il gioco del golf.
Trascorrere alcune ore giocando a golf nel Salento, dunque, può essere un’esperienza molto piacevole anche per poter apprezzare a pieno la splendida natura salentina ammirandola in un modo alternativo rispetto ai percorsi turistici più comuni.

Per rigenerare il corpo e la mente

Il golf è considerato una disciplina molto divertente, certo, ma è anche un’ottima occasione per rilassarsi e per rigenerare il corpo e la mente.

Qualsiasi golfista esperto, d’altronde, non esiterebbe un attimo nel confermare questo: sebbene anche nel golf esistano delle gare di livello, quindi delle performance che richiedono concentrazione e in cui si avverte non poco la tensione agonistica, anche in simili circostanze il golf è vissuto in un modo estremamente più rilassato rispetto ad altri sport.

Per chi si reca in Salento per vivere una vacanza rilassante, dunque, il golf può essere davvero un ottimo modo per passare il tempo, e non è certamente un caso se molti dei turisti che soggiornano in Salento abbinano a delle partite a golf una variegata gamma di trattamenti benessere.

Chi ha la fortuna di trascorrere una vacanza nel Salento, dunque, deve valutare molto seriamente la possibilità di concedersi una partita a golf: nel Salento come detto è presente un campo di grandissimo pregio, e chi non si è mai cimentato in questo sport non ha nulla da temere, dato che può assolutamente essere affiancato da professionisti che aiuteranno a familiarizzare con questa disciplina in modo piacevole e rilassato, in linea con l’essenza di questo sport.

Categorie
Viaggiare in Italia

Vacanze in famiglia a Santa Cesarea, scopri 19Residence

Santa Cesarea Terme è una cittadina a circa 50 Km da Lecce, famosa soprattutto per le sue terme che offrono sorgenti di acqua sulfurea. Ricca di attrazioni storiche ed artistiche, offre un bellissimo paesaggio marino fatto di mare limpido, grotte e un porto pittoresco.

L’hotel a Santa Cesarea Terme

19Residence sorge in una zona riservata, completamente immersa nel verde a circa 500 metri dal mare, dove si accede anche con comode navette. Si tratta di un’ottima soluzione per l’acquisto di residence nel Salento.

È un complesso immobiliare composto da 74 appartamenti di diverse tipologie, dall’architettura lineare e moderna e dallo stile mediterraneo, tutti affacciati sul mare e sul verde del parco che circonda il residence. Tutte le unità sono indipendenti. É la soluzione ideale per le vacanze in famiglia a Santa Cesarea perchè offre sicurezza, confort e intrattenimento anche per i bambini. Il complesso è particolarmente vantaggioso per un investimento immobiliare realizzabile con l’anticipo di una piccola quota, per ridotte spese di gestione e per il contesto esclusivo.

I diversi appartamenti sono tutti modernamente arredati e attrezzati, con angolo cottura, aria condizionata e wii fii, elettrodomestici, verande e terrazzi. Il giardino è attrezzato con tavoli e sedie. Sono ubicati al piano terra e al primo piano, con un’area minima di 40 mq e una massima di 150 mq, con tipologie che vanno dal monolocale al quadrilocale e sono dotati di grandi vetrate che rendono gli ambienti luminosissimi e regalano una rilassante vista panoramica.

Si dislocano nella location intorno a spazi verdi e ai locali riservati ai servizi offerti. Il complesso è dotato di 3 grandi Biopiscine con 3000 mq di acqua salata e di quelle per bambini.

I servizi all’interno della struttura

Il 19 residence offre una vasta gamma di servizi a disposizione delle famiglie in vacanza:

  • servizio di reception diurno e notturno sempre disponibile.
  • vigilanza diurna e notturna che garantisce sicurezza e tranquillità.
  • la manutenzione con personale specializzato per problemi relativi alle parti comuni.
  • una palestra attrezzatissima per qualsiasi esigenza e con personale qualificato.
  • wii fii gratuito esterno ed interno.
  • cura degli spazi verdi comuni da parte di giardinieri specializzati.
  • un comodo e veloce servizio di navetta per raggiungere le piscine o il mare, con corse non-stop dalla mattina presto al tramonto.
  • gestione (anche burocratica) per l’allaccio delle utenze energetiche ed idriche, escluse le utenze.
  • servizio di lavanderia a gettone faidate, pratico, veloce, sempre attivo e senza lunghe attese.
  • un centro benessere curato da personale altamente qualificato per qualsiasi esigenza, attrezzato e luogo ideale per il relax e la salute psicofisica.
  • 2 ristoranti con menu per qualsiasi gusto ed esigenze (anche per vegani e vegetariani), personalizzabili per bambini, gestiti da personale qualificato e accogliente.
  • 2 bar aperti fino a notte riforniti ed assortiti.
  • servizio di pulizia negli appartamenti.
  • servizio di cambio biancheria.
  • Inoltre, sono ammessi gli animali e i parcheggi sono gratuiti.

La struttura 19residence è la soluzione ideale per le vacanze in famiglia a Santa Cesarea, per la sua posizione privilegiata, dove godere delle bellezze paesaggistiche e naturali del cuore del Salento.

Categorie
Viaggiare in Italia

Vacanza a Gallipoli in Masseria – Scopriamo quale scegliere

Le masserie sono una delle testimonianze della storia antica e rurale del sud Italia. Questi grandi caseggiati dalle mura possenti erano la dimora dei contadini che lavoravano le terre dei latifondisti.

Oggi, dopo anni di abbandono, sono state recuperate rispettando la loro struttura originaria, rendendole eleganti.

Molte sono le masserie a Gallipoli tra le quali poter scegliere per trascorrere le vacanze nel Salento, alcune delle quali a poca distanza dalle più belle spiagge del tacco d’Italia.
Tra le masserie più suggestive del Salento c’è quella chiamata “Li Sauli”.

È una masseria nonché complesso turistico risalente al ‘600 con più di 30 camere, di cui 2 patronali molto spaziose, a disposizione di chi vuole trascorrere un periodo nel più completo relax.

Immersa tra gli ulivi secolari e corredata di piscina e altri comfort, è il luogo ideale per assaporare nel contesto giusto i deliziosi piatti della cucina regionale e non solo.

La masseria è dotata di tutti comfort, tra cui aria condizionata, connessione wi-fi e lounge bar. Non distante si trova la spiaggia del Lido della Suina e il suo isolotto.

La spiaggia dall’acqua cristallina e dalla sabbia bianchissima e fine, è attrezzata con sdraio e ombrelloni impagliati, riparata alle spalle dalla tipica macchia mediterranea.

Perché scegliere una masseria a Gallipoli

La masseria a Gallipoli che sorge in campagna a pochissimi km dal mare, con un grande giardino splendidamente tenuto, una piscina, una zona riservata per ascoltare soltanto i suoni della natura, permette di vivere il periodo di riposo con grande intimità e riservatezza.

I suoi muri bianchi sovrastati dalle tipiche volte a stella richiamano uno stile che si avvicina a quello moresco. All’esterno il bianco delle pareti rispecchia il sole caldo del Salento, da prendere a bordo piscina e magari sorseggiando un cocktail.

Accoglienza familiare e raffinata

Tra i motivi per trascorrere le proprie vacanze in una masseria del Salento c’è quella di poter vivere sia la campagna salentina che il mare e la storia di questi luoghi. Non lontano dalla masseria Li Sauli c’è la baia di Gallipoli e Punta Pizzo. La masseria dista pochi km in auto dalla spiaggia. Il lido è provvisto di sdraio e ombrelloni e l’acqua è incredibilmente bassa, da essere ideale anche per le famiglie con bambini.

L’ambientazione del resort in un’antica masseria tipica è quella della vacanza “rural chic”, in una cornice raffinata, ma familiare. I muri in pietra leccese, la quiete, la possibilità di staccare dalla routine quotidiana coccolati dal personale sempre disponibile, sono alcune delle caratteristiche di questo luogo. Durante il periodo di vacanza si vive un’atmosfera magica, esaltata soprattutto la sera dall’illuminazione esterna volutamente tenue.
La masseria è in una posizione che consente anche di fare escursioni a piedi o in bicicletta nella campagna intorno, ammirando le pajare che solo in questa regione si trovano.

Dal canto degli uccellini e da quello delle cicale nelle giornate assolate, si passa allo splendido mare di Gallipoli, in un connubio di luoghi che solo nel Salento è possibile realizzare.

La masseria è l’anima antica della gente salentina e trascorrere le vacanze in queste strutture permette di rivivere preziose tradizioni, godendo di un’accoglienza calda ed esclusiva.

Categorie
Viaggiare in Italia

Case Vacanze Salento a Lido Marini: Scopriamo Blu Alba

Lido Marini e l’incanto del Salento

Esistono pochi luoghi al mondo in grado di restare per sempre negli occhi e nel cuore di chi li visita. Lido Marini, nel cuore del basso Salento, è proprio uno di questi. Considerata una delle località turistiche più in ascesa degli ultimi anni, Lido Marini è compresa tra il territorio della Marina di Ugento e il Comune di Salve, tra Torre Pali e Torre Mozza, quasi ai piedi delle “Serre di Leuca”, all’estremità meridionale del Salento.

Se, durante l’inverno, il comune può risultare quieto e tranquillo, abitato da circa una quarantina di persone, esso d’estate cambia completamente faccia, arrivando a ospitare quasi 25.000 persone, attratte dalle acque limpide e cristalline, dalle spiagge lunghe e assolate circondate da una rigogliosa macchia mediterranea e dall’incredibile offerta ricreativa che contraddistingue l’intero territorio salentino.

Residence, b&b, case vacanza e piccoli resort, infatti, non possono che contribuire al successo di una delle coste più belle del Salento.

Case Vacanze Blu Alba: per una vacanza indimenticabile

Tra le strutture ideali per conoscere l’anima, i profumi e i colori del Salento, spicca la Casa Vacanze a Lido Marini Blu Alba. Concepiti per ospitare il turista nel miglior comfort possibile, per coccolarlo e accoglierlo.

I dieci appartamenti Blu Alba sono di recentissima costruzione, ispirati al colore e al fascino del mare di Lido Marini. Spaziosi, moderni e arredati con piccoli tocchi di classe, tutti gli appartamenti sono realizzati nella tipologia del trilocale con ben 6 posti letto, la soluzione abitativa ideale per chi viaggia a seguito della propria famiglia o con un nutrito gruppo di amici.

Situati al piano terra, con ampio spazio attrezzato, oppure al primo piano, gli appartamenti Blu Alba distano appena 600 metri dalla spiaggia e a breve distanza dal paese, luogo d’incontro tra locali e turisti grazie alla presenza di locali tipici, bar, trattorie e ristoranti in cui poter assaggiare la prelibata gastronomia salentina. Provvisti di impianto di condizionamento, gli appartamenti vantano un ampio soggiorno con cucinino oppure con angolo cottura, un divano letto, una camera matrimoniale e un altro vano ancora ospitante due lettini singoli che, all’occorrenza, possono anche essere uniti. Completa l’offerta, la zona bagno con servizi e docce.

Se gli appartamenti al piano terra dispongono di un ampio spazio esterno, quelli al primo piano vantano una terrazza scenografica da cui poter ammirare il mare.

Perché scegliere Lido Marini

Se ci fosse posta questa domanda, la risposta non potrebbe mai essere semplice o banale. Lido Marini, infatti, non è una semplice località, una delle più belle dell’intera Puglia, ma un vero e proprio modo d’essere, potendo quasi esser descritta come l’anima del Salento. Appartenente alle Marine di Ugento, Lido Marini è uno di quei luoghi che non ci si stanca mai di visitare. Dotato di un litorale lungo 2 chilometri, ricco di stabilimenti attrezzati, per il divertimento di tutta la famiglia. I fondali bassi e sabbiosi, dolcemente digradanti verso l’azzurro del mare, consentono a tutti, persino ai più timorosi, di bagnarsi in completa tranquillità, specchiandosi nelle acque limpide e cristalline. Ma Lido Marini può essere anche solo il punto di partenza per andare alla scoperta del Salento. Oltre a visitare le altre Marine di Ugento, infatti, si può raggiungere il “Capo di Leuca” e visitare, via mare, una delle tante grotte che si rincorrono lungo questo tratto di costa.

Categorie
Viaggiare in Italia

Bed and Breakfast Lecce centro? Scopri B&B Piazza 300mila

Il Bed and Breakfast Piazza 300mila è una splendida soluzione per il turista che desidera soggiornare a Lecce, peraltro in una posizione centralissima ed esclusiva.
Questo B&B sorge in via Quarantasettesimo Reggimento Fanteria, ovvero a due passi da Piazza Mazzini, quella che è considerata il cuore commerciale della città barocca.

Il punto ideale per vivere un soggiorno a Lecce

Come si accennava, Piazza Mazzini è il punto più centrale della città: nel cuore della piazza è possibile ammirare la celebre fontana, mentre nei palazzi che la abbracciano sono presenti tantissimi negozi, non a caso questa zona di Lecce è un punto di riferimento per chi intende far shopping.

Percorrendo a piedi Via Trinchese, la via che attraversa tutto il centro cittadino e che include edifici di grande importanza storica quale l’antico Teatro Apollo, recentemente ristrutturato, è possibile raggiungere in appena 2-3 minuti il bellissimo Centro Storico di Lecce, dunque Piazza Sant’Oronzo e tutti i suoi elementi di maggiore interesse, ovvero l’Anfiteatro Romano, la statua del patrono e via discorrendo.

Il Bed and Breakfast e le sue camere

Il B&B Piazza 300mila propone 4 diverse camere, ovvero camera Uva, camera Fico, camera Fico d’India e camera Melograno, in ognuna delle quali campeggia una bella rappresentazione del frutto a cui è dedicato il suo nome.
Arredate in modo molto elegante e dotate di ogni comfort, le stanze di questo B&B non hanno nulla da invidiare a quelle di un’abitazione.

Per scoprire tutte le promozioni, si può visitare la pagina delle offerte del B&B nel centro di Lecce.

I tantissimi servizi del Bed and Breakfast

La gamma di servizi che questo Bed and Breakfast di Lecce propone ai suoi clienti è davvero notevole.

Chi alloggia presso B&B Piazza 300mila, infatti, può usufruire di connessione Internet Wi-Fi in camera e nelle aree comuni, servizio di pulizia giornaliero e cambio di biancheria, lenzuola e asciugamani ogni 3 giorni, aria condizionata regolabile autonomamente, riscaldamento centralizzato, TV 20” a schermo piatto.

Viene servita un’abbondante colazione tutte le mattine: oltre a tutti i più consueti prodotti di caffetteria, Piazza 300mila propone anche le più tipiche delizie dolci del Salento, su tutte l’immancabile pasticciotto alla crema.